Già all’epoca di Charles Darwin si discuteva sulla capacità o meno degli animali di provare delle emozioni associate al gruppo di appartenenza. Con gli anni, molti etologi ed antropologi hanno confermato che anche gli animali provano le nostre stesse emozioni e che esse variano in base alla specie e al modo di relazionarsi del singolo individuo.

Particolare importanza è data dal lutto, il quale comporta la perdita di un elemento del gruppo con cui l’animale è entrato in relazione. E’ conosciuto ad esempio il comportamento degli elefanti, in cui, quando si verifica la perdita di un soggetto dello stesso gruppo familiare, viene effettuata una vera e propria “veglia funebre”, durante la quale gli animali toccano ripetutamente con la loro proboscide l’elefante deceduto come per accarezzarlo; quando poi ritornano nel luogo dell’accaduto, ripetono lo stesso rito sulle ossa del defunto.

Nella nostra realtà giornaliera, vediamo questa espressione di dolore della perdita nei nostri animali da compagnia.
Sia il cane che il gatto sono animali con emozioni: quando avviene la perdita di un individuo, sia che si tratti di un conspecifico o che si tratti di un essere umano a cui erano legati, modificano i loro atteggiamenti di sempre.

Spesso, purtroppo, tutto ciò viene confuso con un problema fisico e non riusciamo ad associarlo al lutto, invece dovremmo prestare maggior attenzione: sono esseri che vivono delle emozioni esattamente come noi ed ogni emozione viene vissuta con un’espressione sullo stato di salute. Di certo non possono piangere o parlare del dolore come un essere umano, ma talvolta con una attenta osservazione potremmo essere in grado di capire.
L’Omeopatia ci offre un grande aiuto per il sostegno della cosiddetta “ elaborazione del lutto”; questa medicina dolce sembra in grado di accompagnare i nostri animali da compagnia nel superamento di questo cambiamento importante.

 

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Testo: dott.ssa Nadia Damian, Medico Veterinario, studentessa di Omeopatia

L’Omeopatia é ampiamente conosciuta come terapia complementare per la cura di malattie croniche ed acute nel singolo soggetto. Bambini, anziani, uomini e donne adulti, animali e piante sembrano godere del suo potere curativo quando l’obbiettivo non è quello di curare il sintomo, bensì di curare il Paziente che lo manifesta e lo soffre.

Pochi, però, sanno che l’azione dei granuli omeopatici sembra aver dato soluzione ad epidemie altrimenti inarrestabili in passato, in diverse parti del mondo e in determinati periodi storici.
Vari sono i casi documentati di pandemie (dal greco  pandêmon nosêma: pan = tutto + demos = popolo + nosema = malattia) prodotte da virus o batteri affrontate con ingegno, intuizione ed amorevole dedizione da Medici omeopati capaci di analizzare il terreno in cui tali infezioni si radicarono, di svolgere un’analsi “miasmatica” e di cogliere i principali quadri sintomalogici delle epidemie e delle rispettive complicanze.

Attualmente Cuba e Brasile sono tra i Paesi con maggior esperienza nell’uso dell’Omeopatia come Medicina complementare per la prevenzione e la cura delle pandemie. In questi Paesi si propongono da anni, ad esempio, medicine omeopatiche per il problema del Dengue, un’infezione trasmessa dalla zanzara “Aedes Aegypti” con potenziali complicanze emorragiche letali.

Nell’articolo qui proposto, invece, é approfondita l’analisi eziologica delle sindromi influenzali. Vi troverete i principali ceppi virali e le strategie genetiche del cosiddetto “salto di specie”. È interessante scoprire che la più micidiale tra le influenze del XX secolo, che tra il 1918 e il 1919 uccise da 40 a 100 milioni di persone e solo in Italia provocò più di 300.000 morti, non nacque in Spagna, anche se fu denominata “spagnola” durante la Grande Guerra.

Una trama da thriller, dove nessuno uscì vincitore ma dove l’Omeopatia sembrò raggiungere successi non indifferenti in Spagna e negli Stati Uniti.

 

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Testo: dott.ssa Arianna Bonato, Medico Chirurgo, Omeopata, specialista in Ginecologia e Ostetricia

 

La cosa che mi ha sempre colpito della Medicina Omeopatica, fin dall’inizio dei miei studi di Omeopata, è stata la capacità di Samuel Hahnemann di scegliere la sperimentazione come guida per un’arte che, allora, era fatta più di opinioni personali e tradizioni che da ricerche sul campo.
Il Proving, cioè la sperimentazione diretta sull’uomo sano delle sostanze che si vorrebbero poi usare in diluizioni omeopatiche come medicine, al fine di comprenderne l’azione diretta e indiretta sullo stato di salute, è sicuramente il lascito più significativo sul piano metodologico per la farmacopea omeopatica.

La scuola di Verona da anni conduce dei proving di sostanze che i suoi allievi studiano nel corso di Materia Medica, e anche di alcuni non significativamente sperimentati o per nulla sperimentati.
La partecipazione di allievi dal 1° al 3° anno e dei docenti fa comprendere quanto per un Medico omeopata sia importante apprendere direttamente dall’esperienza che cosa significhi l’azione di una medicina omeopatica. Leggere il report del Proving condotto nel 2015 presso la Scuola di Medicina Omeopatica di Verona è sicuramente un ottimo modo per capire che cosa significhi condurre un proving e quanto la Medicina Omeopatica sia profondamente radicata nella sperimentazione pratica.

 

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Testo: dott. Giuseppe Fagone, Medico Chirurgo, Omeopata, Tesoriere FIAMO

 

Il numero di Avogadro (più precisamente di Avogadro – Loschmidt), studiato a scuola da qualcuno ma sconosciuto sicuramente ai più, è sempre stata la chiave di volta di tutti coloro che sostengono l’inefficacia dell’Omeopatia, o meglio del farmaco omeopatico.

Ma cos’è in parole semplici questo numero? Indica, secondo le conoscenze della chimica, il quantitativo minimo che permette a un principio attivo di essere efficace su un organismo vivente, al di sotto del quale l’effetto di qualsiasi sostanza è da considerarsi nulla.

Noi Omeopati utilizziamo spesso farmaci omeopatici con diluizioni molto alte, ben lontane quindi dal numero di Avogadro, fino a non molto tempo fa solo empirica, ossia senza prove scientifiche.
Da alcuni anni a questa parte, però, sempre più studi scientifici indipendenti, non legati cioè al finanziamento di case farmaceutiche o da interessi privati, hanno aperto nuove ipotesi su possibili azioni del trasferimento dell’informazione attraverso un meccanismo “non-molecolare” o “meta-molecolare”.

Anche importanti studi di laboratorio condotti in vitro o su modelli animali (non soggetti quindi ad effetti placebo o da suggestione psicologica) confermano un effetto dei farmaci omeopatici sulle cellule del sistema immunitario o sui meccanismi che stanno alle basi dei processi infiammatori.

L’articolo in questione non apporta nuove ipotesi o conferme, ma evidenzia e sintetizza tutto questo, mettendo a disposizione inoltre una bibliografia essenziale composta da ben 57 riferimenti ad altri lavori pubblicati su riviste importanti.

Ricordiamo che alla base della ricerca scientifica c’è sempre la messa in discussione degli attuali dogmi e che la Medicina in particolare rappresenta una Scienza complessa, così come lo studio dell’organismo umano, di cui sicuramente non conosciamo ancora tutto.

Ma in definitiva tutti dovremmo umilmente fare tesoro dell’aforisma di Victor Hugo (1802-1885), grande scrittore francese dell’Ottocento, che disse “Medico è colui che introduce sostanze che non conosce in un organismo che conosce ancora meno”.

 

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Testo: dott. Alessandro Politi, Medico Omeopata, Medico di Medicina Generale

 

In un periodo di grandi ostilità verso la Medicina omeopatica, è di grande conforto la lettura delle biografie dei grandi Omeopati che hanno fatto la storia. Sono uomini d’altri tempi, certo, ma il loro spirito di osservazione, l’umiltà di cambiare opinione di fronte alle evidenze cliniche e di superare i pregiudizi, fanno di loro uomini onesti, coerenti, limpidi, che sarebbero di moda anche ai tempi nostri. A cominciare da Constantine Hering, medico sassone che, dapprima incaricato di scrivere un articolo a discredito dell’Omeopatia, si mette a studiare l’opera di Hahnemann “Organondell’Arte di guarire e ripercorre personalmente la sperimentazione della corteccia di China. Questa esperienza vissuta in prima persona e la “miracolosa” guarigione di un suo braccio infettato, a rischio di amputazione, lo fanno senz’altro ricredere.
Diventa quindi l’Omeopata (o meglio: il Medico curante, colui che ha scelto di guarire i malati con ogni mezzo a sua disposizione, secondo scienza e coscienza) di politici di spicco, artisti e scienziati, a Philadelphia (USA), non senza appassionarsi alla sperimentazione pura delle sostanze medicamentose, portando a termine 72 “provings“. Uno scienziato a tutto tondo, con circa 270 articoli pubblicati in 15 riviste e svariati libri che ancora oggi leggiamo.

Sovrapponendosi agli ultimi 30 anni della vita di Hering, anche l’americano James Tyler Kent si forma professionalmente in un momento storico di grande successo per l’Omeopatia, che viene insegnata in Università prestigiose insieme alle materie tradizionali.
Ma è la seconda moglie di lui, malata, che gli fa richiesta di essere curata da un Omeopata, cui Kent acconsente, pur con qualche iniziale perplessità. Anche in questo caso, di fronte all’evidenza dei risultati clinici, scatta la curiosità di un medico studioso e appassionato, che si dedica allo studio di questa nuova metodica clinica. Anch’egli si dedica alla stesura di testi, ricopre cattedre e ruoli importanti, e gli vengono attribuite tra le 18.000 e le 16.000 visite negli anni 1896-97.

Etica, onestà intellettuale, rigore e menti aperte: ecco che cosa occorre per essere scienziati obiettivi e curiosi. Questi grandi Omeopati della storia ce lo insegnano e noi, Omeopati dei tempi odierni, seguiamo ancora le loro orme, cercando di applicare loro teorie ed esperienze pratiche, per il benessere del Paziente e la guarigione “vera” che Hahnemann ci ha fatto conoscere per primo.

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Testo: dott.ssa Renata Calieri, Farmacista Formatore, direttrice del Dipartimento Farmaceutica Omeopatica FIAMO

Le polemiche intorno all’Omeopatia si fanno sempre più accese in Italia e nel mondo: l’Omeopatia è accusata di non rispondere agli standard richiesti dalla medicina moderna. La difficoltà maggiore per gli omeopati è accettare che una terapia tanto personalizzata possa essere valutata con gli stessi strumenti che si usano per testare i medicinali convenzionali, che sono prescritti in modo standardizzato, sul nome della malattia e non sulle caratteristiche che essa assume nel malato.

Ma c’è un ambito in cui anche l’omeopatia può essere usata con criterio più simile a quello della medicina convenzionale ed è il campo delle malattie epidemiche. Nelle malattie che si diffondono in modo epidemico si riesce nella maggior parte dei casi a mettere in evidenza una sintomatologia comune a tutti i Pazienti che ne sono affetti, perché l’impatto, la forza dell’infezione in un qualche modo si impone sulle loro capacità di reazione; in questi casi, allora, la maggior parte degli stessi potrà essere curata con lo stesso medicinale omeopatico, che diventa per quella situazione “il rimedio epidemico.

La storia della Medicina è ricca di questi esempi e l’articolo che segnalo ne riporta uno classico, quello dell’epidemia di colera a Napoli del 1854. I Pazienti curati da Rocco Rubini ebbero una percentuale di sopravvivenza decisamente superiore a coloro che venivano trattati in modo convenzionale.

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Testo: dott.ssa Antonella Ronchi, Medico Chirurgo, Omeopata, Presidente FIAMO

ESTATE 2018

lunedì, 02 luglio 2018 by

 

 

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Omeopatia in Pediatria

lunedì, 25 giugno 2018 by

A “dimostrare” l’efficacia dei rimedi omeopatici sono per primi i bambini, quando essa viene utilizzata nelle varie fasi di età, a volte sin dai primi giorni di vita. Le motivazioni delle ottime risposte ai rimedi possono essere diverse: in particolare. si potrebbe trattare di un terreno meno inquinato da farmaci e tossine di ogni genere rispetto all’adulto, oppure un sistema immunitario in generale più reattivo.

L’Omeopatia sembra in grado di apportare importanti risultati, sia in senso terapeutico che per la sua azione di stimolo nei confronti dei meccanismi di difesa dell’organismo. La mancanza quasi totale di effetti collaterali ha reso possibile la facile diffusione anche nella popolazione pediatrica.

Da recenti studi di settore è stato evidenziato che un Pediatra su quattro prescrive medicine complementari e circa 75% dei Pediatri utilizza l’Omeopatia, oltre alla Fitoterapia, in esclusiva o in affiancamento ai farmaci convenzionali.
Da un’indagine eseguita nel 2016 dalla Federazione Italiana dei Medici Pediatri (FIMP) sono emersi i seguenti dati: la prescrizione di medicine omeopatiche avviene su richiesta dei genitori nel 61,5% dei casi, su consiglio di un farmacista nel 22,6% delle occasioni, su prescrizione di un altro Medico il 15,3% delle volte e, infine, dopo averne sentito parlare su libri o riviste o da amici e parenti il 17,4% delle volte.
Un altro elemento di fondamentale importanza che l’indagine ha reso evidente riguarda le patologie per le quali vengono più frequentemente prescritti medicinali omeopatici. A questo proposito, è emerso che:

  • nel 50% dei casi circa vengono utilizzati per
    • patologie ORL: faringite, tonsillite, otite media acuta, sinusite
    • patologie allergiche: asma, congiuntivite, rinite
    • patologie gastrointestinali: gastroenterite, stipsi
    • patologie dermatologiche: dermatite, acne
  • nel 39,1% per disturbi alimentari;
  • nel 38,4% per patologie nervose (disturbi caratteriali e psichici del bambino, tra cui anche i disturbi del sonno e l’ansia del bambino)
  • nel 31,4% per malattie polmonari e metaboliche

L’utilizzo dell’Omeopatia in ambito pediatrico richiede sempre una minuziosa valutazione da parte del Medico esperto, che saprà indicare le situazioni cliniche che possono beneficiare del giusto rimedio omeopatico e quelle che invece sono di esclusiva pertinenza della medicina ufficiale (o allopatica).
Nei casi come le malformazioni, le affezioni chirurgiche, le patologie traumatiche acute, le malattie organiche importanti o altri è evidente che una terapia omeopatica non può avere autonomamente un effetto curativo, ma può essere utilizzata come supporto.

L’Omeopatia ha un altro importante ruolo in ambito pediatrico: viene spesso utilizzata per quelle malattie definite genericamente come “costituzionali”, derivate cioè da una particolare facilità del bambino a contrarre malattie infettive ricorrenti o intercorrenti delle alte vie respiratorie (otiti, faringiti, tonsilliti) o delle basse vie respiratorie (bronchiti, broncopolmoniti). Questi sono i casi in cui, spesso, la Medicina allopatica rivela le sue armi spuntate perché agisce su un sistema immunitario debilitato dall’utilizzo eccessivo di farmaci.

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La terapia omeopatica talvolta utilizzata è quella unicista, che tiene conto delle caratteristiche fisiche e psichiche del paziente, delle abitudini alimentari, della qualità del sonno, della vita relazionale, delle sensazioni e delle emozioni del bambino, che insieme ai sintomi evidenti e sommati al racconto dei genitori risultano fondamentali nella ricerca della terapia individuale.

Infine, le cure omeopatiche in ambito pediatrico, oltre – come sopra esposto – ad essere considerate come terapie complementari in alcune malattie che necessitano di farmaci allopatici, sembrano possedere il notevole vantaggio di limitare il fenomeno dell’antibiotico resistenza, fenomeno sempre più diffuso nell’età pediatrica e non solo e allarme attuale da parte della stessa Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

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Testo: dott. Franco Parlavecchio, Medico Chirurgo, Omeopata, specialista in Pediatria

La FIAMO offre a tutti i Pazienti un importante strumento di consultazione per reperire in Italia, regione per regione, un Medico Omeopata adeguatamente formato e di sicura professionalità.
Invitiamo quindi tutti coloro che desiderano avvicinarsi a questa Medicina non convenzionale, anche solo per chiedere informazioni generali, di rivolgersi esclusivamente a chi possiede titoli ufficiali e riconosciuti e di diffidare da chiunque altro si definisca “Omeopata” senza poterlo fare – pena il rischio di affidarsi a chi potrebbe giocare con la salute delle persone.

Non tutti gli Omeopati italiani sono presenti all’interno di questo registro, ma solamente i soci FIAMO; esistono anche altre associazioni omeopatiche in Italia. Invitiamo però i Pazienti a chiedere il titolo formativo di chi esercita l’Omeopatia, che prima di tutto deve essere un Medico (chirurgo o odontoiatra) e poi deve essersi perfezionato/a con un percorso regolamentato da una specifica normativa.

 

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L’Omeopatia rappresenta una pratica medica non convenzionale, la quale, assieme ad Agopuntura e Fitoterapia, trova i propri riferimenti normativi riguardanti le competenze richieste per poterla praticare nell’Accordo Stato-Regioni del 07 febbraio 2013, oltre che in una norma europea stilata al fine di definire gli standard minimi di qualità della terapia omeopatica come atto medico.

In Italia, solo il Medico Chirurgo o Medico Odontoiatra o Medico Veterinario, perfezionato dopo la laurea e l’abilitazione ed iscritto ad un ordine professionale, può esercitare l’Omeopatia. Come minimo, quindi, si tratta di un percorso formativo che prevede una laurea di sei anni, un’abilitazione professionale e un perfezionamento di altri tre o quattro anni, oltre alla successiva formazione continua.

L’Omeopatia si embrica all’interno della Medicina nel suo complesso, andando a fornire un metodo clinico e terapeutico complementare che si può affiancare a qualsiasi altra terapia “convenzionale”. Questo implica che per consigliarla sia indispensabile poter effettuare una visita medica completa di anamnesi ed esame obiettivo, interpretare o richiedere esami o approfondimenti medici (come ad esempio ecografie, radiografie o analisi del sangue) e distinguere i casi in cui l’Omeopatia può essere prescritta da sola, quelli in cui va necessariamente affiancata ad una corretta terapia farmacologica convenzionale e quelli in cui non risulta utile prescriverla.

Da ciò si evince che l’Omeopatia rappresenta un’integrazione e uno strumento terapeutico ulteriore nelle mani del dottore e non un contraltare alla Medicina “ufficiale”, che qualsiasi medico conosce e pratica quotidianamente. In questo modo, nessuno toglie strumenti e cure indispensabili al Paziente, ma piuttosto si offre a quest’ultimo una modalità di cura ulteriore e fortemente individualizzata, che – nei casi in cui si renda utilizzabile – mira a ristabilire lo stato di salute generale della persona.
Altre figure improvvisate o non riconosciute (terapisti “olistici”, “naturopati” o altro) non possono prescrivere medicinali omeopatici, e questo va fortemente sottolineato e compreso.

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Testo: dott.ssa Beatrice Andreoli, Medico Omeopata, Nutrizionista, Agopuntore

“Dottore, ho il raffreddore e il mal di gola”, “Aiuto, mi è spuntato un herpes al labbro e domani sera ho un appuntamento!”, “Ho preso una botta alla caviglia giocando a calcetto, cosa posso prendere?” sono soltanto alcune tra le innumerevoli domande che ci sentiamo fare ogni giorno.

Ma come si conciliano le legittime aspettative di guarigione dei pazienti con l’Omeopatia, soprattutto quella unicista, che invece tende a curare la persona nella sua totalità, somministrando QUEL rimedio e solo quello, mirato, calibrato e individualizzato, per dirla in maniera più precisa “costituzionale”, che vada a curare l’energia vitale nel suo insieme e non solo il singolo sintomo?

La risposta non è sempre facile: una prima osservazione è che se il paziente ha già il “suo” rimedio costituzionale, cucito addosso a lui come un abito di sartoria, QUEL rimedio dovrebbe funzionare anche per le patologie acute. Non sempre però questo avviene, e le motivazioni possono essere diverse: prima di tutto la dose e la diluizione, che possono non essere sufficienti a stimolare la risposta dell’organismo in tempi brevi; poi il fatto che alcune patologie (traumatiche o virali, solo per citarne alcune) rispondono più rapidamente a rimedi particolari, più o meno “specifici” per quella fase acuta della patologia; altre volte ancora aiuta a noi Omeopati conoscere i rimedi “complementari”, ovvero più affini al rimedio costituzionale che abbiamo dato al nostro Paziente. E talora ci accorgiamo, magari proprio dalla mancata “rapida e dolce guarigione” del nostro Paziente, che forse il rimedio costituzionale che gli abbiamo dato non è proprio quello giusto, il che ci permette di “aggiustare” la nostra mira e correggere, migliorandola, la nostra prima prescrizione.

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È quindi ben comprensibile, per tutto quello che ho appena detto, come non esista “IL” rimedio per il mal di gola, bensì esistano “VARI” rimedi, come Apis Mellifica, Belladonna, Ignatia Amara, Mercurius Solubilis, Phytolacca, solo per citarne alcuni, che possono alla giusta diluzione e dosaggio stimolare il processo di guarigione in tempi rapidi e senza effetti collaterali.
Allo stesso modo, come si potrà scegliere tra Natrum Muriaticum, Rhus Tox, Nitricum Acidum o Cantharis per curare un brutto herpes labiale? Semplicemente chiedendo un consiglio al vostro Medico Omeopata, non a Wikipedia o ad un’altra figura non medica: l’Omeopata è prima di tutto un Medico Chirurgo, che ha frequentato e studiato alla facoltà di Medicina e Chirurgia per almeno sei anni, e magari ha preso un diploma in una disciplina specialistica dopo altri quattro o cinque, e sicuramente ha completato il percorso di studi in Omeopatia presso una Scuola qualificata per altri tre, cui si aggiunge il proprio bagaglio di esperienza a volte pluridecennale.

Nulla insomma che possa essere sostituito dal “Dottor Google”, che non abbiamo mai visto in vita nostra, e mai vedremo!

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Testo: dott. Alessandro Politi, Medico Omeopata, Medico di Medicina Generale

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