Il “proving” è la sperimentazione pura del farmaco omeopatico sull’uomo sano, svolta con metodo “induttivo” e “dal concreto all’astratto”, non allo scopo non di dimostrarne l’efficacia ma piuttosto per ottenerne il quadro generale dei sintomi propri del rimedio stesso.

Contrariamente alla sperimentazione allopatica, quella omeopatica considera anche sintomi qualitativi e non solo oggettivi/quantitativi.

Le regole del proving sono chiare e precise: dura circa un mese, viene eseguito in “doppio cieco” o in “triplo cieco”, spesso con la presenza di placebo, su gruppi di volontari sani. Essi devono trovarsi in stato di relativo equilibrio, senza assumere farmaci o altri rimedi omeopatici: alcuni vanno ad assumere il “verum”, ossia la sostanza da studiare (di origine vegetale, minerale o animale), opportunamente dinamizzato, ed altri – senza saperlo – assumono il placebo. Nessuno conosce ciò che si assume, se non il “direttore” del proving.
Oltre al direttore, ci sono generalmente altre figure che partecipano alla sperimentazione, detti “supervisori” (i quali monitorano l’andamento dei sintomi di uno o più sperimentatori volontari) e “coordinatore” (il quale per l’appunto coordina il lavoro dei supervisori e ne rende conto al direttore).

La raccolta dei sintomi relativi al cambiamento dello stato mentale, emozionale e fisico è effettuata per mezzo di appositi diari tenuti dai volontari o provers: ciò permette di “scrivere la materia medica omeopatica” del rimedio sperimentato, oppure di ampliarla o di riconfermarla.    

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Come diceva Hahnemann con l’espressione “similia similibus curentur (“i simili sono curati dai simili”), il medicinale omeopatico studiato con il proving è in grado di curare il ritratto dei sintomi presenti nel singolo malato quando emergono spontaneamente in una condizione di patologia: in pratica, ogni malattia viene curata con rimedi capaci di riprodurne i sintomi caratteristici nell’individuo sano.  

Nel decennio dal 1812 al 1822 Hahnemann e i suoi allievi dell’”Associazione dei Prover” di Lipsia sperimentarono su se stessi fino a quaranta rimedi ciascuno, costruendo così l’Omeopatia e la sua prima “Materia Medica“; altri, dopo di loro, hanno sperimentato con successo altri rimedi, come ad esempio l’appassionato dottor Hering.

Attualmente abbiamo a disposizione la seconda edizione delle “Linee guida per il Proving” redatta dalla LMHI nel 2012, che regolamenta la sperimentazione omeopatica moderna. Molti omeopati contemporanei si stanno impegnando in nuovi e interessanti provings e tra i più attivi in Italia si annoverano ad esempio il Dott. Dominici, il Dott. Mangialavori e le scuole di Omeopatia di Verona, Firenze e Reggio Calabria, mentre tra gli omeopati oltre frontiera si ricordano tra i tanti gli Omeopati Sherr, Scholten, Sankaran e Vithoulkas.

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Testo: dott.ssa Elisa di Curzio, Medico Chirurgo, Omeopata

Proseguendo nella disamina degli aspetti metodologici caratterizzanti la Medicina omeopatica, parliamo oggi di un testo fondamentale per la selezione del rimedio omeopatico più indicato: il Repertorio.

L’analisi di un Paziente si svolge all’interno di una visita medica approfondita, la quale possiede alcuni aspetti tipicamente caratterizzanti. Per l’analisi del caso, l’Omeopata utilizza poi dei testi particolari – costituenti la base della “letteratura omeopatica” – chiamati “Materia Medica” e “Repertorio”.

Per la scelta del rimedio, il Medico omeopata si é servito fin dai primissimi tempi di uno strumento indispensabile, chiamato Repertorio: si tratta di un grosso libro suddiviso in capitoli che raggruppano i “sintomi mentali”, i “sintomi fisici” (raccolti in capitoli diversi a seconda dell’organo o il sistema che li esprime) e i “sintomi generali”. Per l’Omeopatia, ognuno di questi tipi di sintomatologia riveste la stessa importanza, soprattutto se “storico”, ossia presente da molto tempo nella storia clinica del Paziente.

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Il repertorio si apre con il capitolo Mind, un importantissimo capitolo dove ritroviamo sintomi, raccolti in cosiddette “rubriche”, relativi ad emozioni come la tristezza, l’apatia, la rabbia oppure l’allegria, e molto altro. É qui che si declinano i molteplici aspetti del carattere e le illusioni vengono analizzate nel dettaglio; qui si contemplano gli sbalzi di umore, le passioni e le paure (specificate una per una), le ansie e le ossessioni. Qual è l’influenza del mare, del sole, del vento o della pioggia, della musica, della solitudine o della compagnia sullo stato mentale del nostro paziente? Il Mind ce lo racconta.

Esiste poi un capitolo specifico per le donne ed uno per gli uomini. Nel primo ritroviamo sintomi relativi all’apparato genitale, alle mestruazioni ed al parto, alla menopausa, ma anche al desiderio e alle difficoltà sessuali. Nel secondo sono raccolti i sintomi fisici degli organi genitali maschili e i disturbi della sessualità nell’uomo.

Esiste un capitolo per ogni parte del corpo e per la sua funzione. Alle orecchie per esempio si associa l’udito, al retto la defecazione e alla vescica la minzione.
Gli ultimi capitoli del Repertorio descrivono poi i sogni notturni e i tipi di febbre, insieme ai diversi modi di viverla.

Infine, nel gran capitolo Generals sono raccolti i sintomi che appaiono in relazione con l’ambiente in senso generale. È qui che si analizzano per esempio i gusti e le avversioni alimentari, sempre considerati all’interno di una visita medica omeopatica nella loro peculiare manifestazione.

Tutti i sintomi nel Repertorio sono accompagnati da una lista più o meno lunga di rimedi omeopatici che hanno dimostrato un effetto curativo specifico proprio sui sintomi stessi, con un’intensità variabile misurata in “gradi”.
Repertorizzare i sintomi omeopatici significa ricercare i sintomi del caso clinico in studio all’interno del Repertorio ed “incrociare” i rimedi corrispondenti al fine di poterne sceglierne uno, il più adatto per quel Paziente.
La repertorizzazione é una pratica che richiede precisione ed una certa dimestichezza. Spesso é necessario tradurre il sintomo nel linguaggio usato nel Repertorio, che si cominciò a scrivere nel 1800 (quando le parole e le attività della popolazione non erano del tutto uguali alle nostre), oppure in lingua inglese, ma senza alterarne il significato né dandone alcun tipo di interpretazione.

Il Repertorio più utilizzato storicamente é stato quello di James Kent, omeopata di Philadelphia del secolo IXX, che rieditò varie volte la propria opera rendendola più maneggevole e completa.
Attualmente esistono programmi informatici che includono Repertori di diversi Autori e che facilitano enormemente  il lavoro del Medico omeopata. Essi provvedono a fornire in tempo immediato una correlazione automatica tra tutti i sintomi evidenziati dall’Omeopata, generando una griglia contenente una lista di rimedi omeopatici tra i quali selezionare il più adeguato al caso specifico con un’attenta “diagnosi differenziale” tra rimedi – che si va a basare sulla loro “Materia Medica”, da conoscere nel dettaglio.

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Testo: dott.ssa Arianna Bonato, Medico Chirurgo, Omeopata, specialista in Ginecologia e Ostetricia

La “Materia Medica” omeopatica è un testo che raccoglie l’elenco delle medicine utilizzate in omeopatia, con la relativa descrizione delle proprietà cliniche. Potremmo definirla quindi il libro di “Farmacologia Omeopatica”.

La Materia Medica, assieme al Repertorio, costituisce un testo di base per l’Omeopatia classica unicista ed è uno strumento di consultazione quotidiano essenziale ed imprescindibile per il Medico Omeopata, fondamentale per guidare e sostenere la corretta prescrizione omeopatica basata sulla “Legge dei Simili” (“principio di similitudine”).

Esistono due tipi di Materia Medica:

  1. Materia Medica Pura
  2. Materia Medica Clinica

La Materia Medica Pura raccoglie tutti i dati disponibili, al momento della sua compilazione, delle sperimentazioni delle singole sostanze sui soggetti sani che hanno partecipato al cosiddetto “proving”. Quest’ultimo rappresenta la sperimentazione delle proprietà di una sostanza somministrata ad un gruppo di soggetti in buona salute. Il tipo di dati che si ottiene e raccoglie spazia da osservazioni tossicologiche fino alla sperimentazione in doppio cieco di una sostanza su gruppi di soggetti sani volontari.

La Materia Medica Clinica, invece, raccoglie una valutazione riassuntiva dell’azione delle singole medicine integrata dall’esperienza clinica del suo compilatore. Così facendo, nel tempo è possibile condividere e rivalutare l’azione delle singole sostanze, sia per quanto riguarda specifici sintomi che per quadri complessi di malattia.

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La Materia Medica Omeopatica, nel suo insieme, costituisce un continuo “lavoro in corso”, in cui le precedenti acquisizioni non diventano obsolete ed inutili, ma possono al contrario essere precisate e riviste alla luce delle nuove esperienze e delle mutate abitudini e stili di vita delle persone.
La sintomatologia di rimedi “policresti”, come ad esempio – ma non solo – Sulphur o Arsenicum, si è continuamente arricchita di dati nel corso dei duecento anni trascorsi dalla loro primissima sperimentazione (proving): questi dati non vanno considerati come una semplice somma, ma come un’immagine che evolve interpretando il mutare delle persone e dei loro bisogni. L’”ansia di notte” o il “dolore bruciante dello stomaco” avvertiti da Arsenicum risultano immutati nella loro manifestazione, mentre la causa scatenante nonché la modalità di manifestarsi risentono ampiamente della cultura, delle abitudini, dell’ambiente e delle relazioni di chi le soffre: la Materia Medica evolve costantemente, integrando al suo interno queste nuove risposte e modalità, attualizzando un’arte medica che è nata più di duecento anni fa mettendola in relazione alla popolazione contemporanea ed alle sue caratteristiche e bisogni – anch’essi in continua evoluzione e mutamento.

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Testo: dott. Giuseppe Fagone, Medico Chirurgo, Omeopata, Tesoriere FIAMO

Riprendendo il nostro articolo Omeopatia in Farmacia, andiamo a fare una breve distinzione tra quelle che abbiamo definito le diverse Omeoterapie.

Lo stesso Hahnemann, scopritore dell’Omeopatia:

  • ai §§ 7, 17, 18 del suo Organon ci dice che la totalità del paziente è quella che deve guarire
  • ai §§ 24 e 56 ci parla della necessità che ci sia similitudine tra il quadro di malattia e il medicinale
  • ai §§ 5 e 153 caratterizza i sintomi peculiari di ciascuno di noi, a ribadire l’individualizzazione e la personalizzazione del medicinale necessario alla cura
  • ai §§ tra il 105 e il 145 ci illustra la necessità e le modalità di sperimentazione sull’individuo sano (“Proving”), anticipando di oltre 100 anni il concetto di “trial” in medicina
  • ma soprattutto ai §§ 169, 273 e 274 si mostra categorico nell’indicare un unico rimedio come sola maniera di guarire omeopaticamente.

Quindi, ciò che a pieno diritto si chiama Omeopatia non solo sarà diluito e dinamizzato, ma rispetterà le esigenze appena descritte di totalità, similitudine, individualità, sperimentazione, e di un unico rimedio alla volta.

Ma, come già detto, in Farmacia troviamo diversi omeoterapici, anch’essi diluiti e dinamizzati (parametro che per la Legge è sufficiente alla definizione di Medicinale omeopatico), ma cui manca almeno uno dei quattro parametri sopra espressi.

L’Omotossicologia di Reckeweg, ad esempio, si avvale di preparazioni diluite e dinamizzate, ma di diversa origine e per lo più senza sperimentazione sul soggetto sano. Si trovano come complessi di rimedi differenti molto assortiti o come accordi di potenza, e lavorano come detossificanti a livello organico.
L’Antroposofia ideata da R. Steiner ha un carattere fortemente ideologico: collega spirito e corpo, singolo e Universo, ma utilizza basse potenze decimali preparate “omeopaticamente”, anche con attenzioni particolari (raccolta della droga, dinamizzazione, …), e in formulazioni spesso complesse.
Per entrambe, viene persa quindi la visione della Totalità, del rimedio Unico, e del Proving.
Allo stesso modo, per la preparazione dei Sali Biochimici di Schüssler si utilizzano solo dodici sali minerali diluiti e dinamizzati, ma con applicazioni secondo la biochimica moderna di Virkow sulla funzionalità della singola cellula. Qui la sperimentazione viene dall’Omeopatia o dalle esperienze cliniche di Schüssler stesso, mentre manca il “simile” sulla totalità del paziente.
Infine, l’Isopatia, demonizzata da Hahnemann nella nota al § 56, che utilizza le stesse sostanze che hanno scatenato la malattia (ad esempio pollini o allergeni, diluiti e dinamizzati, per desensibilizzare il soggetto allergico, o alcuni Nosodi specifici) cui manca la sperimentazione sul soggetto sano e dove il simile è sostituito dall’identico.

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Con questo non si vuole togliere dignità ad alcuna di queste discipline, che posseggono metodologia e dignità proprie, ma s’intende distinguerne le caratteristiche e dare ad Hahnemann ciò che è di Hahnemann.

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Bibliografia e letture utili:

  • F.S. Hahnemann – Organon dell’arte di guarire – Con integrazioni e commenti didattici utili per la comprensione e l’insegnamento della Medicina Omeopatica a cura del Dr. G. Fagone – Edizioni Salus Infirmorum (2010)
  • Giarelli G., Roberti di Sarsina P., Silvestrini B., LE MEDICINE NON CONVENZIONALI IN ITALIA – Storia, problemi e prospettive di integrazione, Edizione FrancoAngeli, 2007
  • Il Medico Omeopata – Anno XII, n. 36, nov. 2007 – pag. 7: “Quante omeopatie” A. Ronchi http://www.ilmedicoomeopata.it/numeri-completi/
  • Bellavite P., Conforti A., Lechi A., Menestrina F., Pomari S. – Le medicine complementari, Definizioni, applicazioni, evidenze scientifiche disponibili – UTET Periodici Milano, ott. 2000

Testo: dott.ssa Renata Calieri, Farmacista Formatore, direttrice del Dipartimento Farmaceutica Omeopatica FIAMO

Durante gli anni ’90, molte Farmacie (e poi quasi tutte) cominciarono a mettere in grande evidenza l’insegna luminosa con scritto Omeopatia, come a dire che lì dentro si offriva un assortimento di medicinali in più e delle competenze (il consiglio del Farmacista) che altri non avevano. Cominciava quindi a distinguersi uno spazio dedicato: uno scaffale, un banco a parte e molto spesso anche un professionista dedicato che, formato adeguatamente, si occupava del settore nello specifico all’interno della Farmacia. A quell’epoca la normativa era meno delineata e i preparati omeopatici presenziavano sul mercato italiano grazie a una disposizione transitoria, in attesa di regolamentazione.

Oggi, con il recepimento delle Direttive CE, questa regolamentazione (D.l.vo 219/2006), e quindi l’adeguamento cui le aziende produttrici stanno facendo fronte entro i termini del 2018, legittima totalmente questi preparati a Medicinali a tutti gli effetti. Ecco perché la normativa italiana li vuole all’interno della Farmacia o comunque in presenza di un professionista Farmacista all’interno dell’esercizio (es. Parafarmacia).
Ma che percorso formativo hanno seguito questi Farmacisti, e come si caratterizzano i prodotti omeopatici?

Le Scuole di Formazione in Omeopatia sono tutte quasi esclusivamente private, ma coerenti con i programmi didattici convenzionati a livello internazionale e con un monte ore minimo condiviso: si vedano ad esempio le indicazioni della Liga Medicorum Homoeopathica Internationalis e dell’European Committee for Homeopathy specifiche per il Farmacista, per un monte minimo di 250 ore di formazione; dal 2013 anche l’Accordo Stato-Regioni per l’insegnamento dell’Omeopatia sancisce un percorso formativo dei Medici per almeno 400 ore di lezioni teoriche + 100 di pratica clinica.

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Secondo la normativa già citata, per medicinale omeopatico s’intende “ogni medicinale ottenuto a partire da sostanze denominate materiali di partenza per preparazioni omeopatiche o ceppi omeopatici, secondo un processo di produzione omeopatico descritto dalla farmacopea europea o, in assenza di tale descrizione, dalle farmacopee utilizzate ufficialmente negli Stati membri della Comunità europea; un medicinale omeopatico può contenere più sostanze […]”, comprendendo in tale definizione sia i cosiddetti complessi che gli unitari, sia gli antroposofici che gli omotossicologici, e tutti quei preparati che in Farmacia riportano la dicitura “Medicinale omeopatico” senza una vera distinzione.

Ognuna di queste branche, che gode di legittima identità e caratteristiche, viene invece classificata metodologicamente nelle Omeoterapie, lasciando alla sola disciplina hahnemanniana classica la definizione di Omeopatia.
Ecco che il Farmacista competente conosce, distingue, e gestisce nel suo consiglio al banco tutti questi omeoterapici, che al momento sono formalmente classificati come Senza Obbligo di Prescrizione (SOP).

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Bibliografia: D.l.vo 219/2006, http://www.camera.it/parlam/leggi/deleghe/06219dl.htm

Testo: dott.ssa Renata Calieri, Farmacista Formatore, direttrice del Dipartimento Farmaceutica Omeopatica FIAMO

La medicina convenzionale tende talvolta a concepire i suoi interventi come se l’organismo vivente fosse una macchina cui aggiustare i pezzi singolarmente. E così, se l’intestino si ferma si consiglia un purgante, se lo stomaco brucia si somministra un anti-acido, se l’occhio è rosso si applica un collirio, se c’è una vena varicosa si prescrivono calze contenitive.

Forse però le cose non sono più complesse e non così “meccaniche”: il corpo non può restare inerte alle imposizioni esterne, essendo un sistema biologico in continua trasformazione.
Nei paragrafi dal 63 al 66 del suo “Organondell’Arte di guarire”, Hahnemann fornisce una sapiente distinzione tra quella che egli definisce come Azione primaria, ossia l’azione che può esercitare sull’organismo una qualsiasi sostanza o attività (es. un principio attivo, la caffeina, un oggetto gelido sulla pelle…) e quella che invece chiama Azione secondaria, ossia la reazione dell’organismo a quello stimolo.

Egli ci dice: “Ogni agente che agisce sulla vitalità, ogni medicina, disturba più o meno la Forza Vitale, causando una certa alterazione nella salute individuale per un periodo più o meno lungo. Questa è chiamata azione primaria”. Anche se ognuno di noi la percepisce diversamente e soggettivamente, essa è principalmente dovuta ai principi attivi che le sono effettivamente propri.
Poi però: “A quest’azione la nostra Forza Vitale tenta di opporre la sua stessa energia. Questa azione di resistenza è una proprietà, infatti, è un’azione automatica del nostro potere di autoconservazione, che porta il nome di azione secondaria o reazione”: il più delle volte è opposta allo stimolo ricevuto.

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Facciamo un paio di esempi. Infiliamo la mano nella neve  per un po’ di tempo. La neve di per sé avrà un’indiscutibile azione raffreddante, alla quale il corpo (grazie alla sua Forza Vitale) si opporrà, per salvaguardarsi. Togliamo quindi la mano dalla neve e riportiamola nella normale temperatura ambiente: sentiremo un fortissimo calore, autoprodotto, quasi pulsante e doloroso, perché il corpo sta cercando di riportare la sua temperatura alla normalità.
E ora pensiamo ad un collirio (o a un anti-acido per lo stomaco): le venuzze dell’occhio sono dilatate e rosse (o l’acidità gastrica è eccessiva) e noi applichiamo un collirio vaso-costrittore (o assumiamo un anti-acido) per contrastare questa dilatazione (o questa acidità). La reazione del corpo, in risposta a questa dinamica imposta da una sostanza estranea, provvederà immediatamente – appena finito l’effetto del farmaco – a opporvisi categoricamente, riportando magari una vaso-dilatazione (o un’acidità) addirittura maggiore di quella che volevamo combattere.

I più recenti testi di Medicina chiamano ora questa Azione secondaria “effetto paradosso” o “di astinenza”. Ma forse si tratta di un “processo naturale”, è il corpo che reagisce.

In Omeopatia, questa Azione secondaria viene sfruttata a scopo terapeutico: somministrando in dosi diluite e dinamizzate una sostanza, che a dosi massicce creerebbe degli effetti definiti (Azione primaria), si cerca di fare in modo che la reazione contraria dell’organismo non sia smisurata, ma riporti invece la situazione all’equilibrio stabile originario.

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Bibliografia:C.F.S. Hahnemann – Organon dell’arte di guarire – Con integrazioni e commenti didattici utili per la comprensione e l’insegnamento della Medicina Omeopatica a cura del Dr. G. Fagone – Edizioni Salus Infirmorum (2010)

Testo: dott.ssa Renata Calieri, Farmacista Formatore, direttrice del Dipartimento Farmaceutica Omeopatica FIAMO

Quando un Paziente prende appuntamento con un Omeopata lo fa talvolta perché afflitto da una malattia che non è riuscito a guarire completamente con i trattamenti convenzionali, oppure perché preferisce non utilizzare medicine capaci unicamente di “controllarne la sintomatologia”, oppure per affiancare l’Omeopatia ad una determinata terapia in corso.

Quello che lo affligge, in ogni caso, sono una serie di sintomi, ossia di disturbi della propria condizione di benessere che si manifestano con manifestazioni particolari come ad esempio “dolore” o alterazione di una funzione fisiologica o sofferenza. Nel loro insieme, tutti questi sintomi descrivono una malattia o una sindrome.

I sintomi presi singolarmente sono come le parole di un discorso: da sole hanno un significato semplicemente nominativo, mentre è il loro insieme che descrive la sofferenza del Paziente. La sequenza con cui si presentano, l’associazione che rivelano con specifiche condizioni, la consequenzialità che emerge tra la loro manifestazione, la variazione che subiscono al mutare di uno dei termini cui sono associati, fanno di ogni espressione di sofferenza del singolo Paziente una sofferenza diversa.

L’Omeopata tiene conto proprio delle differenze uniche e soggettive con cui il Paziente riferisce il proprio malessere.
Il Medico omeopata cerca sempre di raccogliere e “cogliere” il sintomo descritto dal Paziente nelle sue caratteristiche e nelle sue modalità proprie e squisitamente individuali di variazione ed insorgenza. È l’insieme dei sintomi che descrive lo stato di malattia, o meglio la malattia di quel Paziente. Le parole del Paziente e solo e soltanto quelle possono descrivere la sua personale sofferenza, la sua sensazione, percezione e vissuto della propria condizione e percezione del mondo circostante.

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L’Omeopata va ad utilizzare esattamente quelle parole, senza interpretazioni né preconcetti, per capire a quale quadro di sofferenza, tra quelli già noti grazie ai risultati della sperimentazione pura delle medicine usate in Omeopatia, somigli la malattia del Paziente. La prescrizione, dunque, sarà sempre una medicina che somiglia nella sua azione alla sintomatologia generata dalla malattia del Paziente.

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Testo: dott. Giuseppe Fagone, Medico Chirurgo, Omeopata, docente di Omeopatia, Tesoriere Nazionale FIAMO

La risposta più sintetica alla domanda “a chi si rivolge la Medicina omeopatica” potrebbe essere: ”Omeopatia per tutti” – come si legge in qualche slogan o pubblicità di qualche testo divulgativo. Omeopatia per la donna in gravidanza, per il bambino, per l’anziano, per gli animali, per le piante…

Ma vediamo di fare chiarezza su quanto appena scritto.

A volte l’Omeopatia è considerata come scelta “alternativa” al farmaco per curare un disturbo, un sintomo. Questa visione tuttavia è riduttiva e conduce a risultati spesso deludenti. Inoltre, esistono condizioni di patologia in cui l’Omeopatia va associata necessariamente ad una terapia convenzionale e non “sostituita” ad essa, e il buon Medico sa riconoscere le necessità del singolo paziente caso per caso.

L’Omeopatia nasce storicamente con lo scopo di curare lo stato di salute dell’uomo, ma con un approccio diverso rispetto alla Medicina convenzionale in quanto va a considerare l’uomo nella sua unità inscindibile di corpo, mente, spirito ed emozioni. Anche la malattia non è più vista come un disturbo locale, magari di un organo o della sua chimica o funzionamento, bensì come “squilibrio dell’energia vitale. Potremmo meglio dire che la malattia esprime una “disarmonia”, in una visione globale dell’essere integrato nella natura (“ambiente”).

Così intesa, la medicina Omeopatica, se ben utilizzata e su prescrizione da parte di esperti, può curare o migliorare molte patologie sia croniche che acute, così come disturbi del comportamento dal bambino all’anziano; ma le condizione indispensabili sono (1) che vi sia una capacità reattiva da parte dell’organismo malato e (2) che sia utilizzato il rimedio giusto, unico e scelto con i complessi criteri della dottrina omeopatica classica.

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Grazie all’assenza di effetti tossici, l’Omeopatia può essere utilizzata in qualsiasi età della vita, in gravidanza, nei bambini e anche nella terza età.
Inoltre sempre più i Veterinari utilizzano rimedi omeopatici per curare gli animali, dal più piccolo al più grande, contribuendo con le loro cure a dare un ulteriore contributo all’analisi dell’efficacia clinica dell’Omeopatia stessa.
E oggi anche l’agro-Omeopatia vede applicati i principi dell’Omeopatia a piante e colture, accrescendo sempre più consensi, con lo scopo di poter ridurre l’utilizzo di prodotti chimici e di migliorare la coltivazione delle piante per l’alimentazione umana.

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Testo: dott. Franco Parlavecchio, Medico Chirurgo, Omeopata, specialista in Pediatria

Se ci inoltriamo nei ragionamenti sulla salute e la malattia, occorre prima capirsi su cosa s’intenda con i due termini. Non a caso anche l’OMS, in più occasioni (1948, 1986), ha cercato di dare una definizione di Salute il più possibile corretta, riferendosi anche a un benessere mentale e sociale, oltre che fisico, e quindi non alla sola assenza di sintomi patologici.

Nei paragrafi dal 9 al 16 del suo “Organondell’Arte di guarire”, Hahnemann ci parla di questa Forza immateriale e vivificatrice, che tiene in vita, anima, e governa il corpo materiale, tanto nello stato di salute quanto in quello di malattia. Egli ci dice: “L’organismo materiale, senza la Forza Vitale, è incapace di sentire, di operare e di autoconservarsi”; e anche: “Quando una persona si ammala, è soltanto la Forza Vitale immateriale, […] quella che soffre dall’inizio l’alterazione” provocata dall’agente morboso. Pertanto, se ci viene una verruca, una cistite, una pericardite, o un attacco d’asma, questi sono solo il segnale che la Forza Vitale produce ed esteriorizza sul corpo, per denunciare un malessere profondo e totale. Totale significa che, quando una singola parte del corpo “sta male” (compreso lo stato d’animo), tutto il corpo lo sa e urla il suo allarme.

“Unica a produrre le malattie è la Forza Vitale, patologicamente colpita”, sofferente. Dunque la guarigione vera (“rapida, dolce e duratura”) si avrà se, e solo se, implica il ristabilimento integrale della Forza Vitale ammalata. Allora a nulla varrà estirpare le verruche, o usare un antibatterico, se non si eradica il malessere della Forza Vitale: quei sintomi ritorneranno sempre, dando a quel male la connotazione di malattia cronica.

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Se poi questa Forza Vitale (condizione indispensabile alla vita) è un’entità immateriale, “tutti quei disordini patologici (le malattie), non possono essere rimossi dal medico in nessun altro modo, se non tramite il potere immateriale delle medicine”, utili e attive sulla Forza Vitale. Ecco rivelata la ricerca del rimedio ultra-diluito e infinitesimale che Hahnemann operò per quasi 60 anni, anticipando i tempi di una visione che solo oggi prova ad essere spiegata dalla Fisica quantistica, dalla Sistemica, dalla Sintropia e dai più moderni e raffinati mezzi della ricerca ultra-molecolare.

Per la sua azione dinamica sulla Forza Vitale, il rimedio dovrà ristabilire, e ristabilisce, la salute e l’armonia vitale”. E tutto questo affinché ogni essere vivente “possa usare liberamente questo strumento [l’organismo, il corpo] vivo e sano per i più alti fini della sua esistenza”.

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Testo: dott.ssa Renata Calieri, Farmacista Formatore, direttrice del Dipartimento Farmaceutica Omeopatica FIAMO

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