Per una serie di fattori, primo di tutti l’età che avanza, negli ultimi anni avrei deciso di limitare il mio lavoro a dare assistenza ai pazienti che già conosco, senza prendere in carico pazienti nuovi. Ma sempre più mi sento dire da persone che mi chiedono di essere visitate: “È così difficile trovare Omeopati, non può lasciarci senza assistenza!”.
E io sto a Milano, non in uno sperduto paesino, per cui ho cercato di riflettere su quello che succede nel mondo dell’Omeopatia in questo periodo.
Se guardo alle motivazioni che hanno portato le persone a rivolgersi ultimamente a me in quanto Omeopata, sono presenti molti fattori.
Il primo attualmente nasce da una diffidenza nei confronti della Medicina ufficiale. Questa diffidenza è certamente cresciuta dagli anni del Covid, e non accenna a diminuire. Il fatto che tanti medici non abbiano preso in carico i malati, abbiano ubbidito acriticamente a dictat che si sono rivelati ingannevoli, ha creato un clima di sfiducia in una Medicina vista sempre più come dominata da interessi finanziari. E l’Omeopatia costituisce certamente un’eccezione rispetto a questo trend. Il tempo dedicato alla visita, l’approccio olistico, il ricorso per l’Omeopata classico a un singolo rimedio, con una ricaduta anche economica importante, attrae molte persone.
C’è poi l’attenzione a un aspetto ecologico e naturale, che parte dalla ricerca di cibo sano e arriva al rifiuto di una chimica troppo inquinante.
Dall’altra parte c’è una visione della salute e della malattia estremamente meccanicista, che spezzetta l’organismo senza tener presente la totalità, che si occupa prevalentemente di far sparire velocemente un sintomo senza interrogarsi troppo sul suo senso; ed è quello che viene sostanzialmente insegnato nelle Facoltà di Medicina, che formano ottimi tecnici, ma in cui la dimensione umanistica è certamente molto trascurata.
Per noi medici anziani, che ci siamo formati prima che imperasse la EBM, impostasi negli anni ‘90 del secolo scorso, l’incontro con l’Omeopatia non presentava ostacoli particolari. Io trovai informazioni sul corso che poi seguii addirittura sul Bollettino dell’Ordine di Medici di Milano.
Ma adesso, con una Medicina che trova la sua significatività nella statistica, l’Omeopatia, Medicina per eccellenza della persona, dell’individualità, ha davvero vita difficile nell’Accademia, nonostante l’accumularsi di dati scientifici sul suo meccanismo d’azione e sulla sua efficacia clinica.
Per un giovane medico, abituato a basarsi su protocolli, il salto è davvero difficile. E lo studio svizzero, di cui abbiamo parlato in questa stessa NL, lo dimostra: nonostante l’Omeopatia sia conosciuta molto largamente, la sua utilità è decisamente sottostimata. Eppure servirebbero più Omeopati.
Io credo che a parte la necessità di ricerca sempre più efficace, e a questo cerca anche la FIAMO di contribuire con gli assegni pagati con la raccolta del 5 per mille, serve comunque un salto di paradigma, o forse, per essere più precisi, l’ampliamento del paradigma. Non si tratta di negare il valore di quello che la Medicina moderna ha ottenuto, ma di essere disposti a credere che ci sono anche altre prospettive che possono dare chiavi di lettura da privilegiare in certe situazioni o da integrare in altre.
Un Medico deve comprendere che aggiungere alle sue competenze l’Omeopatia gli darà uno strumento in più, che amplierà la sua possibilità di intervento, riservando gli strumenti che la Medicina convenzionale gli offre a situazioni specifiche, in un processo di alleanza terapeutica che soddisfa e aspettative del paziente.
L’Omeopatia resta viva, perché il principio di similitudine, che è alla sua base, è universale, ma il nostro sforzo è adesso quello di far innamorare della sua ricchezza i Medici del futuro. Ce lo chiedono i nostri pazienti.
Dr.ssa Antonella Ronchi