La presunta antropomorfizzazione della pianta è una forzatura impropria (ci pensa già Edward Bach) e nel momento in cui se ne parla, si perde di vista l’essenza dell’Omeopatia classica. L’Omeopatia è un principio che si basa sulla legge della similitudine. Legge significa che è immutabile e universale (almeno in biologia, non certo nel nostro ordinamento giuridico) e che è al disopra dei regni della Natura.
Andando nel concreto, la cura omeopatica delle piante (sempre secondo una Omeopatia classica) presuppone una similitudine tra la suscettibilità (in questo caso delle coltivazioni) che induce i sintomi (il vulnus) prodotta da forze esterne (IFL, Inimical Force to Life, formula usata molto da Kent) che richiamano la similitudine con il rimedio da usare.
A proposito del Repertorio, usato universalmente per arrivare a ottimizzare il meccanismo di similitudine e di scelta della cura, è scarsamente utile quello umano derivato dai provings, ma sarebbe necessario un Repertorio vegetale (che in versione ridotta è già stato realizzato).
Umanizzare le piante non è proprio un approccio consigliabile, per un evidente e grossolano bias interpretativo, ma ci sono ben altre vie per rendere attuabile il processo di similitudine nel macroambiente. Per esempio le condizioni pedoclimatiche presenti nell’area coltivata, la natura dei terreni, l’irrigazione ecc. Ricordiamoci che usando un rimedio si tratta anche il suolo e non solo la pianta (l’informazione passa dal rimedio all’acqua di irrigazione al suolo e alla pianta). Alcuni agro-omeopati (Camilla Sherr e non solo) indirizzano la cura proprio al suolo per bilanciare le deficienze e curare di conseguenza le piante. Secondo questa prospettiva, il Repertorio delle piante e quello del suolo si fonderebbero.
Un altro tema in discussione riguarda il protocollo specifico e il rispetto di criteri di riproducibilità del sistema in esame (vedi ad esempio Betti et al., 2009; Jäger et al., 2015; Majewsky et al., 2009; Ücker et al., 2018. Un’ottima sintesi è riportata anche dall’HRI). Se dobbiamo trattare un terreno/coltivazione in una ottica di prevenzione e per rispettare la similitudine, occorre tenere conto della variabilità dei fenomeni atmosferici. Tali fenomeni (la pianta, se è all’aperto, non si ripara come gli umani o gli animali) sono grandemente incidenti sulla salute delle coltivazioni. Ovviamente sono fenomeni che esprimono una enorme variabilità (climatica) cosa che fa a pugni con l’idea del protocollo, peraltro storicamente molto lontana dall'Omeopatia, non tanto per il discorso di una individualizzazione non praticabile per la singola coltivazione, quanto per il fatto che la scelta dei rimedi va adattata alle circostanze.
L’agro-omeopata dovrebbe quindi essere a conoscenza dei macrofenomeni, soprattutto in questo recente periodo in cui i mutamenti climatici sono così evidenti e devastanti. La composizione dei terreni, nonché dei semi e di tutto ciò che caratterizza la crescita e la salute della pianta, diventa essenziale per una corretta prescrizione omeopatica. Per esempio, una estate calda e lunga può esse dannosa per certe colture che sono più sensibili al caldo o a condizioni di calore prolungato. Questa è una IFL che affetta una parte della popolazione, sia umana che animale e vegetale, quindi per arrivare al rimedio più simile si può pertanto usare come sintomo una condizione climatica dove solo una parte soffre delle conseguenze, analogamente al discorso della suscettibilità nell’anamnesi umana.
La fenomenologia è un altro elemento conoscitivo che merita spazio e aiuta l’osservazione delle coltivazioni che andrebbero seguite attraverso un vero e proprio “diario della salute”.
In questa ottica sistemica agro-omeopatica, la prevenzione primaria non può essere trascurata. Significherebbe riprodurre il fatale errore che l’approccio cosiddetto scientifico innesca partendo direttamente della prevenzione secondaria. La prevenzione primaria parte dall’analisi del terreno e dalle valutazioni pedoclimatiche, monitorando la crescita fisiologica. Non ci sono tanti studi su questo tipo di approccio che appartiene all’Omeopatia classica come metodo e non solo come trattamento: vale a dire l’utilizzo del rimedio più simile possibile (simillimum) in Agro-omeopatia con un criterio estensivo (una monocoltura come se fosse una unica pianta) analogamente alle cure di allevamenti animali.
A questo punto, un confronto metodologico (si veda nella nostra scorsa NL n.10 – dic.2025 la differenza tra i due metodi principalmente applicati oggi in Agricoltura) è necessario per mettere in luce quali principi vengano adottati in Agro-omeopatia e verificarne i risultati. Il confronto, analogamente a quanto avviene nella Commissione ECH, evidenzia la necessità di agronomi esperti e di omeopati che abbiano orientamenti e formazioni strutturati.
Sebbene sia un movimento fervente, questa esigenza non è solo riferibile alla realtà nazionale, ma anche dove l’Agro-omeopatia è più diffusa e le indicazioni metodologiche sono da perfezionare. Riteniamo che sia possibile utilizzare anche alte potenze (Niurka Meneses Moreno, Agro-Omeopata del gruppo internazionale dell'HAE dell'ECH e la già citata Camilla) considerando che il mondo vegetale, se non trattato chimicamente o condizionato geneticamente, possieda una energia vitale molto più alta di gran parte dell’umanità (spesso soppressa) e degli animali domestici o allevati.
Dr. Sergio Segantini