Non ho mai dimenticato una vecchia comunicazione della L.U.I.M.O. alla comunità omeopatica nel 2008, che aveva titolo Il medicinale omeopatico, il non-farmaco, strumento di una metodica medica, a firma della Dr.ssa Alma Rodriguez.
Mi rimase impressa già allora, in quanto dava un significato molto denso al perché non è bene chiamare farmaco il medicinale omeopatico. Sembra che a volte si voglia usare il termine più comune, perché pare più altisonante, che abbia uno spazio più dignitoso nelle conversazioni scientifiche. Eppure…
La definizione di farmaco che si trova sui dizionari ce lo presenta come una sostanza, naturale o sintetica, capace di modificare le funzioni di un organismo vivente tramite un'azione chimica o fisica. Allora, certo che il medicinale omeopatico può rientrare a pieno titolo in quel termine.
Eppure, ci spiega la Dr.ssa Rodriguez, l’omeopatico è molto di più: in quel termine così riduttivo non si contemplano tutte le aspettative di utilizzo che la sua azione dinamica comporta.
Insistere col definirlo farmaco, obbliga a forzare il medicinale omeopatico dentro il paradigma convenzionale che imposta la ricerca sull’evidenza di un principio attivo (che non c’è) incastrando così la comunità scientifica che aderisce al paradigma rivoluzionario della Medicina omeopatica, nei protocolli della ricerca molecolare ufficiale.
Se si riconducono all’effetto di un farmaco le straordinarie guarigioni e le improbabili restitutio ad integrum di molti malati, significa che non si è compresa l’altra faccia della ricerca scientifica che la metodologia di ricerca omeopatica consente.
Del Proving come modo con cui l’Omeopatia dimostra l’efficacia di un medicinale, cioè la capacità di portare una differenza biologica rispetto a prima di assumere quella sostanza, sperimentalmente, abbiamo già parlato nella NL n. 8 – ott.2025. Ebbene, nel Proving emergono sintomi di una totalità dinamica psicofisica, che non sarebbero evidenziati con l’uso di una molecola che punta solamente e specificamente su un organo o un apparato bersaglio. Risulta chiaro che definire “farmaco” un’informazione ultra-molecolare risulta improprio, appare addirittura sminuente, anziché valorizzarla.
Ridurre, in sede di ricerca sperimentale, a dimostrazioni esclusive della sola azione molecolare, costituirebbe un’impostazione da regime, che impedisce altre visioni scientifiche e ideologiche della vita (si veda ad es. l’articolo “Indagini scientifiche in Omeopatia: dallo studio fisico-chimico ai modelli biologici.” pubblicato sulla NL n.5 – mag.2026, che spiega come la fisica e la chimica classica non siano sufficienti a spiegare tutti i fenomeni biologici osservati, mentre l’Omeopatia sembra poter trovare una più chiara spiegazione proprio in questa parte innovativa della comprensione del funzionamento degli organismi viventi.).
Questi principi sono reperibili nell’avanguardia della ricerca e sono sostenuti da altri campi del sapere e della conoscenza moderna: con la divulgazione dei nuovi concetti sui fenomeni dell’energia e della materia, si aiuta la società a superare una visione scientifica scaduta, ma funzionale a determinati contesti di interessi.
Come disse anche il Prof. Paolo Bellavite in un Comunicato Stampa del 2007, “Equiparare il rimedio omeopatico a un placebo rappresenta, allo stato delle attuali conoscenze, la ripetizione disinformata di un luogo comune, che rischia di fuorviare le decisioni strategiche e le scelte dei cittadini.”.
Per tutte queste ragioni, in quell’appello la Dr.ssa Rodriguez pretende che il medicinale omeopatico possa essere accreditato nei sistemi sanitari nazionali e internazionali e nei consessi scientifici e congressuali, legittimandolo come tale, senza essere assimilato al farmaco e senza saccheggiare il database dell’operato della Medicina omeopatica classica hahnemanniana alimentato finora. Legittimandolo cioè con quella coerenza per la quale, in questi due secoli di esercizio del suo paradigma, ha dimostrato la sua indiscussa validità.
Dr.ssa Renata Calieri