Microplastiche nella ciotola - PRIMA PARTE

Foto dell'articolo: La Redazione sopra citata

Le microplastiche e nanoplastiche presenti nell’acqua sono un problema per la somministrazione dei rimedi omeopatici in veterinaria?

La qualità dell’acqua è stata sempre un problema per la somministrazione dei medicinali omeopatici, sia in veterinaria che in umana. Oggi però, al pericolo degli inquinanti chimici (metalli pesanti, PFAS, ecc.), si sono aggiunti anche quelli fisici, primi fra tutti le microplastiche (soprattutto nylon, polietilen-tereftalato PET e polipropilene PP).

In veterinaria è spesso consuetudine somministrare i rimedi disciolti nell’acqua, dato che quasi mai si può utilizzare la via sublinguale e non è sempre facile far ingoiare i granuli interi.

Negli allevamenti zootecnici, per somministrare i rimedi, si utilizza spesso l’impianto che fornisce acqua agli abbeveratoi, mentre a casa si sciolgono nell’acqua delle ciotole a disposizione degli animali da compagnia.

In entrambi i casi si sconsiglia di utilizzare tubature e contenitori di metallo (da evitare soprattutto ferro e piombo), ma si preferiscono tubature e contenitori in plastica o altro materiale che non reagisca con i medicamenti per evitare reazioni “di scambio” (come il Dott. Del Francia spiega nel suo Trattato di Omeopatia Veterinaria (1981), vol I).

Per gli abbeveratoi da allevamento, si pone il problema di quando si cambia il rimedio, ma non solo: lo stesso sistema potrebbe essere utilizzato per distribuire farmaci allopatici con conseguenti contaminazioni e interferenze.

In alternativa, per i piccoli animali/amici di famiglia, spesso i rimedi vengono somministrati disciolti in acqua in bicchierini di plastica usa-e-getta e utilizzando siringhe di plastica monouso. Purtroppo anche queste che possono rilasciare milioni di microplastiche e nanoplastiche durante l'uso.

In pratica, ci si affida spesso alla plastica, senza considerare il problema sempre più attuale del rilascio di microplastiche.

La plastica inoltre non può essere adeguatamente ripulita dalla soluzione contenente il rimedio disciolto (ad es. nel caso di ciotole o contenitori), elemento che può arrecare interferenze con l’azione curativa, se occorre effettuare somministrazioni ripetute nel tempo e se il proprietario/detentore vuole riutilizzare la stessa siringa o pipetta. La pratica dell’usa-e-getta, d’altro canto, pone questioni di sostenibilità ambientale.

La stessa acqua minerale contenuta nelle bottiglie di plastica è spesso contaminata da quantità elevate di microplastiche e nanoplastiche, derivanti principalmente dal processo di produzione, imbottigliamento e dalla bottiglia stessa. La soluzione migliore sarebbe quindi preferire l'acqua del rubinetto o, se si usa acqua in bottiglia, scegliere quella in vetro.

Fortunatamente, non esistono al momento in letteratura evidenze che le microplastiche possano modificare l’azione dei rimedi omeopatici, ma comunque si attribuiscono, a queste, diverse azioni patogene principalmente legate all'infiammazione e allo stress ossidativo, con effetti su sistemi vitali come quello cardiovascolare e respiratorio. Studi hanno rilevato la loro presenza nelle placche aterosclerotiche, aumentando il rischio di infarto e ictus, e nei polmoni, collegandole a problemi respiratori, asma e bronchite.

Inoltre, ci sono preoccupazioni per potenziali effetti neurodegenerativi, riproduttivi e derivanti dagli additivi chimici rilasciati dalle plastiche.

Affidare all’acqua inquinata da microplastiche l’azione di rimedi preparati con tanta cura e attenzione alla non-contaminazione non appare quindi una buona idea.

Si tratta pertanto di trovare dei metodi semplici ed economici per cercare di eliminare o almeno diminuire questo rischio.

Secondo alcuni studi, per eliminare le microplastiche dall'acqua, la si può bollire e filtrare dopo raffreddamento, poiché il calcare, che si forma e si deposita, intrappola le particelle plastiche.

In alternativa, si possono usare sistemi di filtrazione avanzati come l'ultrafiltrazione o l'osmosi inversa, oppure filtri in ceramica o filtri a carbone attivo, ma questi ultimi sono meno efficaci per le particelle più piccole.

L'efficacia dei metodi può variare a seconda della composizione dell'acqua, dura o dolce (più l’acqua è dura e più deposita calcare con maggiori quantità di microplastiche intrappolate) e della dimensione delle particelle di plastica da rimuovere. L'uso di sistemi di depurazione domestici (filtrazione) può garantire una rimozione più consistente e costante rispetto ai metodi casalinghi (bollitura).

Un’altra ricerca pubblicata sulla rivista ACS Omega ha rivelato che, a livello sperimentale, un’alternativa naturale può essere rappresentata da trattamenti con fieno greco e okra da applicare a bacini idrici o impianti di fornitura cittadina, sia per acque dolci che salmastre. I baccelli di okra e i semi di fieno greco sono ricchi di mucillagini appiccicose che, in forma di estratto secco (polvere) anche in piccole quantità, avrebbero le caratteristiche per ripulire le acque da questo pericoloso inquinante globale. I polimeri contenuti nell’okra, nel fieno greco e persino nel tamarindo si legano alle microplastiche, facilitando notevolmente la separazione di queste dall’acqua. Con un grammo per litro, e dopo soli 30-60 minuti di contatto, si sono ottenuti risultati straordinari, fino al 90% di cattura delle microplastiche, su acqua oceanica, dolce e sotterranea. L’esperimento è stato applicato alle acque reflue e in bacini idrici in Texas mostrando un’alternativa biodegradabile e non tossica.

 

Dr. Andrea Martini

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