Riprendendo il nostro articolo Omeopatia in Farmacia, andiamo a fare una breve distinzione tra quelle che abbiamo definito le diverse Omeoterapie.

Lo stesso Hahnemann, scopritore dell’Omeopatia:

  • ai §§ 7, 17, 18 del suo Organon ci dice che la totalità del paziente è quella che deve guarire
  • ai §§ 24 e 56 ci parla della necessità che ci sia similitudine tra il quadro di malattia e il medicinale
  • ai §§ 5 e 153 caratterizza i sintomi peculiari di ciascuno di noi, a ribadire l’individualizzazione e la personalizzazione del medicinale necessario alla cura
  • ai §§ tra il 105 e il 145 ci illustra la necessità e le modalità di sperimentazione sull’individuo sano (“Proving”), anticipando di oltre 100 anni il concetto di “trial” in medicina
  • ma soprattutto ai §§ 169, 273 e 274 si mostra categorico nell’indicare un unico rimedio come sola maniera di guarire omeopaticamente.

Quindi, ciò che a pieno diritto si chiama Omeopatia non solo sarà diluito e dinamizzato, ma rispetterà le esigenze appena descritte di totalità, similitudine, individualità, sperimentazione, e di un unico rimedio alla volta.

Ma, come già detto, in Farmacia troviamo diversi omeoterapici, anch’essi diluiti e dinamizzati (parametro che per la Legge è sufficiente alla definizione di Medicinale omeopatico), ma cui manca almeno uno dei quattro parametri sopra espressi.

L’Omotossicologia di Reckeweg, ad esempio, si avvale di preparazioni diluite e dinamizzate, ma di diversa origine e per lo più senza sperimentazione sul soggetto sano. Si trovano come complessi di rimedi differenti molto assortiti o come accordi di potenza, e lavorano come detossificanti a livello organico.
L’Antroposofia ideata da R. Steiner ha un carattere fortemente ideologico: collega spirito e corpo, singolo e Universo, ma utilizza basse potenze decimali preparate “omeopaticamente”, anche con attenzioni particolari (raccolta della droga, dinamizzazione, …), e in formulazioni spesso complesse.
Per entrambe, viene persa quindi la visione della Totalità, del rimedio Unico, e del Proving.
Allo stesso modo, per la preparazione dei Sali Biochimici di Schüssler si utilizzano solo dodici sali minerali diluiti e dinamizzati, ma con applicazioni secondo la biochimica moderna di Virkow sulla funzionalità della singola cellula. Qui la sperimentazione viene dall’Omeopatia o dalle esperienze cliniche di Schüssler stesso, mentre manca il “simile” sulla totalità del paziente.
Infine, l’Isopatia, demonizzata da Hahnemann nella nota al § 56, che utilizza le stesse sostanze che hanno scatenato la malattia (ad esempio pollini o allergeni, diluiti e dinamizzati, per desensibilizzare il soggetto allergico, o alcuni Nosodi specifici) cui manca la sperimentazione sul soggetto sano e dove il simile è sostituito dall’identico.

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Con questo non si vuole togliere dignità ad alcuna di queste discipline, che posseggono metodologia e dignità proprie, ma s’intende distinguerne le caratteristiche e dare ad Hahnemann ciò che è di Hahnemann.

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Bibliografia e letture utili:

  • F.S. Hahnemann – Organon dell’arte di guarire – Con integrazioni e commenti didattici utili per la comprensione e l’insegnamento della Medicina Omeopatica a cura del Dr. G. Fagone – Edizioni Salus Infirmorum (2010)
  • Giarelli G., Roberti di Sarsina P., Silvestrini B., LE MEDICINE NON CONVENZIONALI IN ITALIA – Storia, problemi e prospettive di integrazione, Edizione FrancoAngeli, 2007
  • Il Medico Omeopata – Anno XII, n. 36, nov. 2007 – pag. 7: “Quante omeopatie” A. Ronchi http://www.ilmedicoomeopata.it/numeri-completi/
  • Bellavite P., Conforti A., Lechi A., Menestrina F., Pomari S. – Le medicine complementari, Definizioni, applicazioni, evidenze scientifiche disponibili – UTET Periodici Milano, ott. 2000

Testo: dott.ssa Renata Calieri, Farmacista Formatore, direttrice del Dipartimento Farmaceutica Omeopatica FIAMO

Durante gli anni ’90, molte Farmacie (e poi quasi tutte) cominciarono a mettere in grande evidenza l’insegna luminosa con scritto Omeopatia, come a dire che lì dentro si offriva un assortimento di medicinali in più e delle competenze (il consiglio del Farmacista) che altri non avevano. Cominciava quindi a distinguersi uno spazio dedicato: uno scaffale, un banco a parte e molto spesso anche un professionista dedicato che, formato adeguatamente, si occupava del settore nello specifico all’interno della Farmacia. A quell’epoca la normativa era meno delineata e i preparati omeopatici presenziavano sul mercato italiano grazie a una disposizione transitoria, in attesa di regolamentazione.

Oggi, con il recepimento delle Direttive CE, questa regolamentazione (D.l.vo 219/2006), e quindi l’adeguamento cui le aziende produttrici stanno facendo fronte entro i termini del 2018, legittima totalmente questi preparati a Medicinali a tutti gli effetti. Ecco perché la normativa italiana li vuole all’interno della Farmacia o comunque in presenza di un professionista Farmacista all’interno dell’esercizio (es. Parafarmacia).
Ma che percorso formativo hanno seguito questi Farmacisti, e come si caratterizzano i prodotti omeopatici?

Le Scuole di Formazione in Omeopatia sono tutte quasi esclusivamente private, ma coerenti con i programmi didattici convenzionati a livello internazionale e con un monte ore minimo condiviso: si vedano ad esempio le indicazioni della Liga Medicorum Homoeopathica Internationalis e dell’European Committee for Homeopathy specifiche per il Farmacista, per un monte minimo di 250 ore di formazione; dal 2013 anche l’Accordo Stato-Regioni per l’insegnamento dell’Omeopatia sancisce un percorso formativo dei Medici per almeno 400 ore di lezioni teoriche + 100 di pratica clinica.

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Secondo la normativa già citata, per medicinale omeopatico s’intende “ogni medicinale ottenuto a partire da sostanze denominate materiali di partenza per preparazioni omeopatiche o ceppi omeopatici, secondo un processo di produzione omeopatico descritto dalla farmacopea europea o, in assenza di tale descrizione, dalle farmacopee utilizzate ufficialmente negli Stati membri della Comunità europea; un medicinale omeopatico può contenere più sostanze […]”, comprendendo in tale definizione sia i cosiddetti complessi che gli unitari, sia gli antroposofici che gli omotossicologici, e tutti quei preparati che in Farmacia riportano la dicitura “Medicinale omeopatico” senza una vera distinzione.

Ognuna di queste branche, che gode di legittima identità e caratteristiche, viene invece classificata metodologicamente nelle Omeoterapie, lasciando alla sola disciplina hahnemanniana classica la definizione di Omeopatia.
Ecco che il Farmacista competente conosce, distingue, e gestisce nel suo consiglio al banco tutti questi omeoterapici, che al momento sono formalmente classificati come Senza Obbligo di Prescrizione (SOP).

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Bibliografia: D.l.vo 219/2006, http://www.camera.it/parlam/leggi/deleghe/06219dl.htm

Testo: dott.ssa Renata Calieri, Farmacista Formatore, direttrice del Dipartimento Farmaceutica Omeopatica FIAMO

La medicina convenzionale tende talvolta a concepire i suoi interventi come se l’organismo vivente fosse una macchina cui aggiustare i pezzi singolarmente. E così, se l’intestino si ferma si consiglia un purgante, se lo stomaco brucia si somministra un anti-acido, se l’occhio è rosso si applica un collirio, se c’è una vena varicosa si prescrivono calze contenitive.

Forse però le cose non sono più complesse e non così “meccaniche”: il corpo non può restare inerte alle imposizioni esterne, essendo un sistema biologico in continua trasformazione.
Nei paragrafi dal 63 al 66 del suo “Organondell’Arte di guarire”, Hahnemann fornisce una sapiente distinzione tra quella che egli definisce come Azione primaria, ossia l’azione che può esercitare sull’organismo una qualsiasi sostanza o attività (es. un principio attivo, la caffeina, un oggetto gelido sulla pelle…) e quella che invece chiama Azione secondaria, ossia la reazione dell’organismo a quello stimolo.

Egli ci dice: “Ogni agente che agisce sulla vitalità, ogni medicina, disturba più o meno la Forza Vitale, causando una certa alterazione nella salute individuale per un periodo più o meno lungo. Questa è chiamata azione primaria”. Anche se ognuno di noi la percepisce diversamente e soggettivamente, essa è principalmente dovuta ai principi attivi che le sono effettivamente propri.
Poi però: “A quest’azione la nostra Forza Vitale tenta di opporre la sua stessa energia. Questa azione di resistenza è una proprietà, infatti, è un’azione automatica del nostro potere di autoconservazione, che porta il nome di azione secondaria o reazione”: il più delle volte è opposta allo stimolo ricevuto.

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Facciamo un paio di esempi. Infiliamo la mano nella neve  per un po’ di tempo. La neve di per sé avrà un’indiscutibile azione raffreddante, alla quale il corpo (grazie alla sua Forza Vitale) si opporrà, per salvaguardarsi. Togliamo quindi la mano dalla neve e riportiamola nella normale temperatura ambiente: sentiremo un fortissimo calore, autoprodotto, quasi pulsante e doloroso, perché il corpo sta cercando di riportare la sua temperatura alla normalità.
E ora pensiamo ad un collirio (o a un anti-acido per lo stomaco): le venuzze dell’occhio sono dilatate e rosse (o l’acidità gastrica è eccessiva) e noi applichiamo un collirio vaso-costrittore (o assumiamo un anti-acido) per contrastare questa dilatazione (o questa acidità). La reazione del corpo, in risposta a questa dinamica imposta da una sostanza estranea, provvederà immediatamente – appena finito l’effetto del farmaco – a opporvisi categoricamente, riportando magari una vaso-dilatazione (o un’acidità) addirittura maggiore di quella che volevamo combattere.

I più recenti testi di Medicina chiamano ora questa Azione secondaria “effetto paradosso” o “di astinenza”. Ma forse si tratta di un “processo naturale”, è il corpo che reagisce.

In Omeopatia, questa Azione secondaria viene sfruttata a scopo terapeutico: somministrando in dosi diluite e dinamizzate una sostanza, che a dosi massicce creerebbe degli effetti definiti (Azione primaria), si cerca di fare in modo che la reazione contraria dell’organismo non sia smisurata, ma riporti invece la situazione all’equilibrio stabile originario.

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Bibliografia:C.F.S. Hahnemann – Organon dell’arte di guarire – Con integrazioni e commenti didattici utili per la comprensione e l’insegnamento della Medicina Omeopatica a cura del Dr. G. Fagone – Edizioni Salus Infirmorum (2010)

Testo: dott.ssa Renata Calieri, Farmacista Formatore, direttrice del Dipartimento Farmaceutica Omeopatica FIAMO

Quando un Paziente prende appuntamento con un Omeopata lo fa talvolta perché afflitto da una malattia che non è riuscito a guarire completamente con i trattamenti convenzionali, oppure perché preferisce non utilizzare medicine capaci unicamente di “controllarne la sintomatologia”, oppure per affiancare l’Omeopatia ad una determinata terapia in corso.

Quello che lo affligge, in ogni caso, sono una serie di sintomi, ossia di disturbi della propria condizione di benessere che si manifestano con manifestazioni particolari come ad esempio “dolore” o alterazione di una funzione fisiologica o sofferenza. Nel loro insieme, tutti questi sintomi descrivono una malattia o una sindrome.

I sintomi presi singolarmente sono come le parole di un discorso: da sole hanno un significato semplicemente nominativo, mentre è il loro insieme che descrive la sofferenza del Paziente. La sequenza con cui si presentano, l’associazione che rivelano con specifiche condizioni, la consequenzialità che emerge tra la loro manifestazione, la variazione che subiscono al mutare di uno dei termini cui sono associati, fanno di ogni espressione di sofferenza del singolo Paziente una sofferenza diversa.

L’Omeopata tiene conto proprio delle differenze uniche e soggettive con cui il Paziente riferisce il proprio malessere.
Il Medico omeopata cerca sempre di raccogliere e “cogliere” il sintomo descritto dal Paziente nelle sue caratteristiche e nelle sue modalità proprie e squisitamente individuali di variazione ed insorgenza. È l’insieme dei sintomi che descrive lo stato di malattia, o meglio la malattia di quel Paziente. Le parole del Paziente e solo e soltanto quelle possono descrivere la sua personale sofferenza, la sua sensazione, percezione e vissuto della propria condizione e percezione del mondo circostante.

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L’Omeopata va ad utilizzare esattamente quelle parole, senza interpretazioni né preconcetti, per capire a quale quadro di sofferenza, tra quelli già noti grazie ai risultati della sperimentazione pura delle medicine usate in Omeopatia, somigli la malattia del Paziente. La prescrizione, dunque, sarà sempre una medicina che somiglia nella sua azione alla sintomatologia generata dalla malattia del Paziente.

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Testo: dott. Giuseppe Fagone, Medico Chirurgo, Omeopata, docente di Omeopatia, Tesoriere Nazionale FIAMO

La risposta più sintetica alla domanda “a chi si rivolge la Medicina omeopatica” potrebbe essere: ”Omeopatia per tutti” – come si legge in qualche slogan o pubblicità di qualche testo divulgativo. Omeopatia per la donna in gravidanza, per il bambino, per l’anziano, per gli animali, per le piante…

Ma vediamo di fare chiarezza su quanto appena scritto.

A volte l’Omeopatia è considerata come scelta “alternativa” al farmaco per curare un disturbo, un sintomo. Questa visione tuttavia è riduttiva e conduce a risultati spesso deludenti. Inoltre, esistono condizioni di patologia in cui l’Omeopatia va associata necessariamente ad una terapia convenzionale e non “sostituita” ad essa, e il buon Medico sa riconoscere le necessità del singolo paziente caso per caso.

L’Omeopatia nasce storicamente con lo scopo di curare lo stato di salute dell’uomo, ma con un approccio diverso rispetto alla Medicina convenzionale in quanto va a considerare l’uomo nella sua unità inscindibile di corpo, mente, spirito ed emozioni. Anche la malattia non è più vista come un disturbo locale, magari di un organo o della sua chimica o funzionamento, bensì come “squilibrio dell’energia vitale. Potremmo meglio dire che la malattia esprime una “disarmonia”, in una visione globale dell’essere integrato nella natura (“ambiente”).

Così intesa, la medicina Omeopatica, se ben utilizzata e su prescrizione da parte di esperti, può curare o migliorare molte patologie sia croniche che acute, così come disturbi del comportamento dal bambino all’anziano; ma le condizione indispensabili sono (1) che vi sia una capacità reattiva da parte dell’organismo malato e (2) che sia utilizzato il rimedio giusto, unico e scelto con i complessi criteri della dottrina omeopatica classica.

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Grazie all’assenza di effetti tossici, l’Omeopatia può essere utilizzata in qualsiasi età della vita, in gravidanza, nei bambini e anche nella terza età.
Inoltre sempre più i Veterinari utilizzano rimedi omeopatici per curare gli animali, dal più piccolo al più grande, contribuendo con le loro cure a dare un ulteriore contributo all’analisi dell’efficacia clinica dell’Omeopatia stessa.
E oggi anche l’agro-Omeopatia vede applicati i principi dell’Omeopatia a piante e colture, accrescendo sempre più consensi, con lo scopo di poter ridurre l’utilizzo di prodotti chimici e di migliorare la coltivazione delle piante per l’alimentazione umana.

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Testo: dott. Franco Parlavecchio, Medico Chirurgo, Omeopata, specialista in Pediatria

Se ci inoltriamo nei ragionamenti sulla salute e la malattia, occorre prima capirsi su cosa s’intenda con i due termini. Non a caso anche l’OMS, in più occasioni (1948, 1986), ha cercato di dare una definizione di Salute il più possibile corretta, riferendosi anche a un benessere mentale e sociale, oltre che fisico, e quindi non alla sola assenza di sintomi patologici.

Nei paragrafi dal 9 al 16 del suo “Organondell’Arte di guarire”, Hahnemann ci parla di questa Forza immateriale e vivificatrice, che tiene in vita, anima, e governa il corpo materiale, tanto nello stato di salute quanto in quello di malattia. Egli ci dice: “L’organismo materiale, senza la Forza Vitale, è incapace di sentire, di operare e di autoconservarsi”; e anche: “Quando una persona si ammala, è soltanto la Forza Vitale immateriale, […] quella che soffre dall’inizio l’alterazione” provocata dall’agente morboso. Pertanto, se ci viene una verruca, una cistite, una pericardite, o un attacco d’asma, questi sono solo il segnale che la Forza Vitale produce ed esteriorizza sul corpo, per denunciare un malessere profondo e totale. Totale significa che, quando una singola parte del corpo “sta male” (compreso lo stato d’animo), tutto il corpo lo sa e urla il suo allarme.

“Unica a produrre le malattie è la Forza Vitale, patologicamente colpita”, sofferente. Dunque la guarigione vera (“rapida, dolce e duratura”) si avrà se, e solo se, implica il ristabilimento integrale della Forza Vitale ammalata. Allora a nulla varrà estirpare le verruche, o usare un antibatterico, se non si eradica il malessere della Forza Vitale: quei sintomi ritorneranno sempre, dando a quel male la connotazione di malattia cronica.

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Se poi questa Forza Vitale (condizione indispensabile alla vita) è un’entità immateriale, “tutti quei disordini patologici (le malattie), non possono essere rimossi dal medico in nessun altro modo, se non tramite il potere immateriale delle medicine”, utili e attive sulla Forza Vitale. Ecco rivelata la ricerca del rimedio ultra-diluito e infinitesimale che Hahnemann operò per quasi 60 anni, anticipando i tempi di una visione che solo oggi prova ad essere spiegata dalla Fisica quantistica, dalla Sistemica, dalla Sintropia e dai più moderni e raffinati mezzi della ricerca ultra-molecolare.

Per la sua azione dinamica sulla Forza Vitale, il rimedio dovrà ristabilire, e ristabilisce, la salute e l’armonia vitale”. E tutto questo affinché ogni essere vivente “possa usare liberamente questo strumento [l’organismo, il corpo] vivo e sano per i più alti fini della sua esistenza”.

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Testo: dott.ssa Renata Calieri, Farmacista Formatore, direttrice del Dipartimento Farmaceutica Omeopatica FIAMO

La visita omeopatica spesso sorprende chi ne fa l’esperienza per la prima volta. A differenza di molti controlli medici cui siamo da tempo abituati, la visita del medico omeopata si caratterizza per un’attenta e differente osservazione del paziente ed un’accurata raccolta dei sintomi. In particolare, il primo incontro consiste in una lunga conversazione tra il medico ed il malato.
L’omeopata si mostra sempre molto interessato a ciò che il paziente ha da raccontare sulla sua malattia perché è proprio a partire da quella narrazione che potrà giungere alla prescrizione della corretta terapia omeopatica: solo successivamente procederà a visitare il paziente e a studiare i referti medici.

Dopo un primo ascolto spontaneo, il medico interroga il paziente raccogliendo tutte le altre informazioni che non sono ancora emerse, approfondendo così il modo particolare in cui il malato percepisce e vive la propria malattia: come e in che situazione è apparsa? Qual è stata l’evoluzione dei sintomi? Con che stato d’animo la affronta?

Spesso le sue domande ricavano utili informazioni da aneddoti o malattie del passato oppure dai gusti alimentari, dagli effetti che hanno su di lui/lei il cambio di temperatura o quello di stagione. Non mancano neppure domande sulle paure o sui sogni notturni, sulla qualità del sonno, sul temperamento caratteriale, sul rapporto con la natura, con la spiritualità, con il denaro, con il lavoro e altro ancora.

All’intervista segue l’esame obiettivo. All’omeopata interessa osservare l’aspetto della “lesione”, le eventuali secrezioni, il lato in cui è apparsa, la modalità di comparsa e l’evoluzione. Spesso è durante l’esplorazione fisica che il medico coglie se il paziente avverte in modo particolare gli sbalzi di temperatura, se è riservato e diffidente o al contrario se si lascia esplorare con fiducia e senza esitazione.

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Non è raro che i pazienti, dopo il primo incontro, raccontino che la visita omeopatica assomiglia ad un colloquio con lo psicologo a causa dell’attenzione che il medico rivolge ai sentimenti, ai timori e alle idee del paziente.
Se è vero però che l’interesse per questi aspetti è grande, non va dimenticato che è dall’insieme delle manifestazioni fisiche e psichiche della malattia che l’omeopata potrà ricavare la corretta scelta del rimedio. Quanto più la relazione terapeutica sarà aperta e sincera,  basata sulla fiducia e sull’ascolto reciproci, tanto più sarà facile per il medico guidare il paziente sul cammino della salute.

Mai come nel caso della medicina omeopatica si può parlare di “alleanza terapeutica”, così come di “medicina per la persona”, individualizzata per il singolo paziente e non prescritta in modo aspecifico sulla diagnosi convenzionale di malattia.
Ruolo del medico omeopata è quello di riunire le conoscenze medico-scientifiche più attuali ad una metodologia classica che viene insegnata e tramandata da più di duecento anni, al fine di poter caratterizzare nel modo più preciso possibile la dinamica di malattia e poter dare all’organismo gli strumenti e gli stimoli per una guarigione profonda e duratura.

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Testo: dott.ssa Arianna Bonato, Medico Chirurgo, Omeopata, specialista in Ginecologia e Ostetricia

I pionieri dell’Omeopatia

lunedì, 12 febbraio 2018 by

Christian Friedrich Samuel Hahnemann (1755-1843), medico tedesco, può essere universalmente considerato il padre dell’Omeopatia. Spinto dall’osservazione del frequente fallimento della medicina allopatica dell’epoca, sperimentò e definì lungo il corso di tutta la sua vita professionale questa nuova metodologia terapeutica, espressa nei suoi classici “L’Organon dell’Arte del Guarire” (1810), “Trattato di Materia Medica Pura” (1811-1821) e “Trattato delle Malattie Croniche” (1828).
Egli vide che le sostanze naturali provocavano specifici disturbi nei soggetti sani (“proving”), ma se assunte a “basse dosi” erano in grado di guarire quegli stessi disturbi quando insorti spontaneamente nei pazienti affetti, a causa nelle dinamiche di malattia (“legge dei simili”). Secondo Hahnemann, inoltre, l’azione dei medicamenti, chiamati rimedi, aumentava progressivamente con il diminuire della dose (“principio delle diluizioni infinitesimali”) se la sostanza, durante i passaggi della diluizione, veniva scossa energicamente per potenziare la sua azione terapeutica (“dinamizzazione”).

La diffusione dell’omeopatia in Europa e nel mondo si deve a molti professionisti, vari dei quali hanno lasciato preziosissime “Materie Mediche”. Tra questi il medico inglese John Henry Clarke (1853-1931), che ha contribuito all’affermazione della medicina omeopatica nel Regno Unito, l’olandese Clemens von Böenninghausen (1785-1864) e il francese Leon Vannier (1880-1963), Francesco Romani (1785-1852) e Cosmo De Horatiis (1771-1850) e, in epoca recente o contemporanea, Antonio Negro (1908-2010) in Italia, Pierre Schmidt (1894-1987) in Svizzera, Pablo Paschero (1904-1986) e Alfonso Masi Elizalde (1932-2003) in Argentina. A questi sono seguiti i Maestri contemporanei Eugenio Federico Candegabe,  Gustavo Ezequiel Krichesky e Proceso Sanchez Ortega, in Argentina e Messico.

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Il tedesco Constantin Hering (1800-1880) è stato pioniere e promotore dell’Omeopatia in America, dove fondò “The North American Academy for Homeopathic healing e l’ “Hahnemann Medical College, e dopo di lui lo sono stati gli americani Eugene Beauharnais Nash (1838-1917), William Boericke (1849 –1929) e Timothy Allen (1837-1902).
E’ interessante sapere che all’ancora studente Hering fu chiesto all’epoca di scrivere un libro contro l’eresia delle teorie omeopatiche promulgate da Hahnemann: invece proprio
di queste rimase talmente affascinato da diventarne un entusiasta sperimentatore, fino ad enunciare nel 1865 la sua cardinale “legge di  guarigione” dell’Omeopatia (“dall’interno all’esterno, dalla testa verso il basso, e in ordine inverso alla comparsa dei sintomi”) in “The Guiding Symptoms of our Materia Medica“.

Si deve all’americano James Tyler Kent (1849-1916) lo sviluppo dell’Omeopatia moderna dal 1880. Il suo approccio, come ricordato in “Repertorio della Materia Medica Omeopatica”, “Lezioni di Materia Medica” e “Lezioni di Filosofia Omeopatica”, si è basato sull’analisi dei disturbi corporei  accompagnato dallo studio delle  sensazioni emotive e spirituali, sull’utilizzo delle alte diluizioni dei rimedi (rispetto alle tradizionali  Hahnemaniane) e sullo sviluppo di cosiddetti “quadri costituzionali”.

Tra i “nuovi pionieri” dell’Omeopatia ricordiamo Rajan Sankaran, cui si attribuiscono il “principio del disturbo centrale del caso clinico”, l’ampliamento della classificazione dei “miasmi” e la ripartizione dei rimedi omeopatici in regni; George Vithoulkas, fondatore dell’”Accademia Internazionale di Omeopatia Classica” e promotore di seminari internazionali; Jan Scholten, con la sua ricerca e innovativa organizzazione sistematica dei rimedi dei regni minerale e vegetale; Jeremy Sherr, con la concezione del “dinamismo in omeopatia”; Massimo Mangialavori, teorico italiano del “Metodo della Complessità”; Dario Spinedi, con la sua esperienza d’integrazione in ambito oncologico in un Ospedale in Svizzera; Roberto Petrucci, insegnante tra i più noti in ambito internazionale anche per i suoi approfondimenti pediatrici, così come Didier Grandgeorge; Frans Vermeulen, che nel suo libro “Prisma” evidenzia parallelismi e similitudini fra i quadri dei rimedi omeopatici e le sostanze da cui derivano; la stessa analogia è sottolineata anche da Joseph Reves, Omeopata che ha ispirato molti Colleghi moderni.

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Testo: dott.ssa Elisa di Curzio, Medico Chirurgo, Omeopata

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Direttore della Scuola di Omeopatia AFMO di Reggio Calabria e Coordinatore Nazionale del Dipartimento per la Formazione FIAMO.

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