Il numero di Avogadro (più precisamente di Avogadro – Loschmidt), studiato a scuola da qualcuno ma sconosciuto sicuramente ai più, è sempre stata la chiave di volta di tutti coloro che sostengono l’inefficacia dell’Omeopatia, o meglio del farmaco omeopatico.

Ma cos’è in parole semplici questo numero? Indica, secondo le conoscenze della chimica, il quantitativo minimo che permette a un principio attivo di essere efficace su un organismo vivente, al di sotto del quale l’effetto di qualsiasi sostanza è da considerarsi nulla.

Noi Omeopati utilizziamo spesso farmaci omeopatici con diluizioni molto alte, ben lontane quindi dal numero di Avogadro, fino a non molto tempo fa solo empirica, ossia senza prove scientifiche.
Da alcuni anni a questa parte, però, sempre più studi scientifici indipendenti, non legati cioè al finanziamento di case farmaceutiche o da interessi privati, hanno aperto nuove ipotesi su possibili azioni del trasferimento dell’informazione attraverso un meccanismo “non-molecolare” o “meta-molecolare”.

Anche importanti studi di laboratorio condotti in vitro o su modelli animali (non soggetti quindi ad effetti placebo o da suggestione psicologica) confermano un effetto dei farmaci omeopatici sulle cellule del sistema immunitario o sui meccanismi che stanno alle basi dei processi infiammatori.

L’articolo in questione non apporta nuove ipotesi o conferme, ma evidenzia e sintetizza tutto questo, mettendo a disposizione inoltre una bibliografia essenziale composta da ben 57 riferimenti ad altri lavori pubblicati su riviste importanti.

Ricordiamo che alla base della ricerca scientifica c’è sempre la messa in discussione degli attuali dogmi e che la Medicina in particolare rappresenta una Scienza complessa, così come lo studio dell’organismo umano, di cui sicuramente non conosciamo ancora tutto.

Ma in definitiva tutti dovremmo umilmente fare tesoro dell’aforisma di Victor Hugo (1802-1885), grande scrittore francese dell’Ottocento, che disse “Medico è colui che introduce sostanze che non conosce in un organismo che conosce ancora meno”.

 

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Testo: dott. Alessandro Politi, Medico Omeopata, Medico di Medicina Generale

 

In un periodo di grandi ostilità verso la Medicina omeopatica, è di grande conforto la lettura delle biografie dei grandi Omeopati che hanno fatto la storia. Sono uomini d’altri tempi, certo, ma il loro spirito di osservazione, l’umiltà di cambiare opinione di fronte alle evidenze cliniche e di superare i pregiudizi, fanno di loro uomini onesti, coerenti, limpidi, che sarebbero di moda anche ai tempi nostri. A cominciare da Constantine Hering, medico sassone che, dapprima incaricato di scrivere un articolo a discredito dell’Omeopatia, si mette a studiare l’opera di Hahnemann “Organondell’Arte di guarire e ripercorre personalmente la sperimentazione della corteccia di China. Questa esperienza vissuta in prima persona e la “miracolosa” guarigione di un suo braccio infettato, a rischio di amputazione, lo fanno senz’altro ricredere.
Diventa quindi l’Omeopata (o meglio: il Medico curante, colui che ha scelto di guarire i malati con ogni mezzo a sua disposizione, secondo scienza e coscienza) di politici di spicco, artisti e scienziati, a Philadelphia (USA), non senza appassionarsi alla sperimentazione pura delle sostanze medicamentose, portando a termine 72 “provings“. Uno scienziato a tutto tondo, con circa 270 articoli pubblicati in 15 riviste e svariati libri che ancora oggi leggiamo.

Sovrapponendosi agli ultimi 30 anni della vita di Hering, anche l’americano James Tyler Kent si forma professionalmente in un momento storico di grande successo per l’Omeopatia, che viene insegnata in Università prestigiose insieme alle materie tradizionali.
Ma è la seconda moglie di lui, malata, che gli fa richiesta di essere curata da un Omeopata, cui Kent acconsente, pur con qualche iniziale perplessità. Anche in questo caso, di fronte all’evidenza dei risultati clinici, scatta la curiosità di un medico studioso e appassionato, che si dedica allo studio di questa nuova metodica clinica. Anch’egli si dedica alla stesura di testi, ricopre cattedre e ruoli importanti, e gli vengono attribuite tra le 18.000 e le 16.000 visite negli anni 1896-97.

Etica, onestà intellettuale, rigore e menti aperte: ecco che cosa occorre per essere scienziati obiettivi e curiosi. Questi grandi Omeopati della storia ce lo insegnano e noi, Omeopati dei tempi odierni, seguiamo ancora le loro orme, cercando di applicare loro teorie ed esperienze pratiche, per il benessere del Paziente e la guarigione “vera” che Hahnemann ci ha fatto conoscere per primo.

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Testo: dott.ssa Renata Calieri, Farmacista Formatore, direttrice del Dipartimento Farmaceutica Omeopatica FIAMO

Le polemiche intorno all’Omeopatia si fanno sempre più accese in Italia e nel mondo: l’Omeopatia è accusata di non rispondere agli standard richiesti dalla medicina moderna. La difficoltà maggiore per gli omeopati è accettare che una terapia tanto personalizzata possa essere valutata con gli stessi strumenti che si usano per testare i medicinali convenzionali, che sono prescritti in modo standardizzato, sul nome della malattia e non sulle caratteristiche che essa assume nel malato.

Ma c’è un ambito in cui anche l’omeopatia può essere usata con criterio più simile a quello della medicina convenzionale ed è il campo delle malattie epidemiche. Nelle malattie che si diffondono in modo epidemico si riesce nella maggior parte dei casi a mettere in evidenza una sintomatologia comune a tutti i Pazienti che ne sono affetti, perché l’impatto, la forza dell’infezione in un qualche modo si impone sulle loro capacità di reazione; in questi casi, allora, la maggior parte degli stessi potrà essere curata con lo stesso medicinale omeopatico, che diventa per quella situazione “il rimedio epidemico.

La storia della Medicina è ricca di questi esempi e l’articolo che segnalo ne riporta uno classico, quello dell’epidemia di colera a Napoli del 1854. I Pazienti curati da Rocco Rubini ebbero una percentuale di sopravvivenza decisamente superiore a coloro che venivano trattati in modo convenzionale.

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Testo: dott.ssa Antonella Ronchi, Medico Chirurgo, Omeopata, Presidente FIAMO

ESTATE 2018

lunedì, 02 luglio 2018 by

 

 

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Omeopatia in Pediatria

lunedì, 25 giugno 2018 by

A “dimostrare” l’efficacia dei rimedi omeopatici sono per primi i bambini, quando essa viene utilizzata nelle varie fasi di età, a volte sin dai primi giorni di vita. Le motivazioni delle ottime risposte ai rimedi possono essere diverse: in particolare. si potrebbe trattare di un terreno meno inquinato da farmaci e tossine di ogni genere rispetto all’adulto, oppure un sistema immunitario in generale più reattivo.

L’Omeopatia sembra in grado di apportare importanti risultati, sia in senso terapeutico che per la sua azione di stimolo nei confronti dei meccanismi di difesa dell’organismo. La mancanza quasi totale di effetti collaterali ha reso possibile la facile diffusione anche nella popolazione pediatrica.

Da recenti studi di settore è stato evidenziato che un Pediatra su quattro prescrive medicine complementari e circa 75% dei Pediatri utilizza l’Omeopatia, oltre alla Fitoterapia, in esclusiva o in affiancamento ai farmaci convenzionali.
Da un’indagine eseguita nel 2016 dalla Federazione Italiana dei Medici Pediatri (FIMP) sono emersi i seguenti dati: la prescrizione di medicine omeopatiche avviene su richiesta dei genitori nel 61,5% dei casi, su consiglio di un farmacista nel 22,6% delle occasioni, su prescrizione di un altro Medico il 15,3% delle volte e, infine, dopo averne sentito parlare su libri o riviste o da amici e parenti il 17,4% delle volte.
Un altro elemento di fondamentale importanza che l’indagine ha reso evidente riguarda le patologie per le quali vengono più frequentemente prescritti medicinali omeopatici. A questo proposito, è emerso che:

  • nel 50% dei casi circa vengono utilizzati per
    • patologie ORL: faringite, tonsillite, otite media acuta, sinusite
    • patologie allergiche: asma, congiuntivite, rinite
    • patologie gastrointestinali: gastroenterite, stipsi
    • patologie dermatologiche: dermatite, acne
  • nel 39,1% per disturbi alimentari;
  • nel 38,4% per patologie nervose (disturbi caratteriali e psichici del bambino, tra cui anche i disturbi del sonno e l’ansia del bambino)
  • nel 31,4% per malattie polmonari e metaboliche

L’utilizzo dell’Omeopatia in ambito pediatrico richiede sempre una minuziosa valutazione da parte del Medico esperto, che saprà indicare le situazioni cliniche che possono beneficiare del giusto rimedio omeopatico e quelle che invece sono di esclusiva pertinenza della medicina ufficiale (o allopatica).
Nei casi come le malformazioni, le affezioni chirurgiche, le patologie traumatiche acute, le malattie organiche importanti o altri è evidente che una terapia omeopatica non può avere autonomamente un effetto curativo, ma può essere utilizzata come supporto.

L’Omeopatia ha un altro importante ruolo in ambito pediatrico: viene spesso utilizzata per quelle malattie definite genericamente come “costituzionali”, derivate cioè da una particolare facilità del bambino a contrarre malattie infettive ricorrenti o intercorrenti delle alte vie respiratorie (otiti, faringiti, tonsilliti) o delle basse vie respiratorie (bronchiti, broncopolmoniti). Questi sono i casi in cui, spesso, la Medicina allopatica rivela le sue armi spuntate perché agisce su un sistema immunitario debilitato dall’utilizzo eccessivo di farmaci.

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La terapia omeopatica talvolta utilizzata è quella unicista, che tiene conto delle caratteristiche fisiche e psichiche del paziente, delle abitudini alimentari, della qualità del sonno, della vita relazionale, delle sensazioni e delle emozioni del bambino, che insieme ai sintomi evidenti e sommati al racconto dei genitori risultano fondamentali nella ricerca della terapia individuale.

Infine, le cure omeopatiche in ambito pediatrico, oltre – come sopra esposto – ad essere considerate come terapie complementari in alcune malattie che necessitano di farmaci allopatici, sembrano possedere il notevole vantaggio di limitare il fenomeno dell’antibiotico resistenza, fenomeno sempre più diffuso nell’età pediatrica e non solo e allarme attuale da parte della stessa Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

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Testo: dott. Franco Parlavecchio, Medico Chirurgo, Omeopata, specialista in Pediatria

La FIAMO offre a tutti i Pazienti un importante strumento di consultazione per reperire in Italia, regione per regione, un Medico Omeopata adeguatamente formato e di sicura professionalità.
Invitiamo quindi tutti coloro che desiderano avvicinarsi a questa Medicina non convenzionale, anche solo per chiedere informazioni generali, di rivolgersi esclusivamente a chi possiede titoli ufficiali e riconosciuti e di diffidare da chiunque altro si definisca “Omeopata” senza poterlo fare – pena il rischio di affidarsi a chi potrebbe giocare con la salute delle persone.

 

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L’Omeopatia rappresenta una pratica medica non convenzionale, la quale, assieme ad Agopuntura e Fitoterapia, trova i propri riferimenti normativi riguardanti le competenze richieste per poterla praticare nell’Accordo Stato-Regioni del 07 febbraio 2013, oltre che in una norma europea stilata al fine di definire gli standard minimi di qualità della terapia omeopatica come atto medico.

In Italia, solo il Medico Chirurgo o Medico Odontoiatra o Medico Veterinario, perfezionato dopo la laurea e l’abilitazione ed iscritto ad un ordine professionale, può esercitare l’Omeopatia. Come minimo, quindi, si tratta di un percorso formativo che prevede una laurea di sei anni, un’abilitazione professionale e un perfezionamento di altri tre o quattro anni, oltre alla successiva formazione continua.
Bisogna evitare fortemente e segnalare alle associazioni omeopatiche come la FIAMO chiunque altro eserciti la professione di Omeopata senza averne i requisiti professionali richiesti per legge.

L’Omeopatia si embrica all’interno della Medicina nel suo complesso, andando a fornire un metodo clinico e terapeutico complementare che si può affiancare a qualsiasi altra terapia “convenzionale”. Questo implica che per consigliarla sia indispensabile poter effettuare una visita medica completa di anamnesi ed esame obiettivo, interpretare o richiedere esami o approfondimenti medici (come ad esempio ecografie, radiografie o analisi del sangue) e distinguere i casi in cui l’Omeopatia può essere prescritta da sola, quelli in cui va necessariamente affiancata ad una corretta terapia farmacologica convenzionale e quelli in cui non risulta utile prescriverla.

Da ciò si evince che l’Omeopatia rappresenta un’integrazione e uno strumento terapeutico ulteriore nelle mani del dottore e non un contraltare alla Medicina “ufficiale”, che qualsiasi medico conosce e pratica quotidianamente. In questo modo, nessuno toglie strumenti e cure indispensabili al Paziente, ma piuttosto si offre a quest’ultimo una modalità di cura ulteriore e fortemente individualizzata, che mira a ristabilire lo stato di salute generale della persona.
Altre figure improvvisate o non riconosciute (terapisti “olistici”, “naturopati” o altro) non possono prescrivere medicinali omeopatici, e questo va fortemente sottolineato e compreso.

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Testo: dott.ssa Beatrice Andreoli, Medico Omeopata, Nutrizionista, Agopuntore, consigliere nazionale FIAMO

“Dottore, ho il raffreddore e il mal di gola”, “Aiuto, mi è spuntato un herpes al labbro e domani sera ho un appuntamento!”, “Ho preso una botta alla caviglia giocando a calcetto, cosa posso prendere?” sono soltanto alcune tra le innumerevoli domande che ci sentiamo fare ogni giorno.

Ma come si conciliano le legittime aspettative di guarigione dei pazienti con l’Omeopatia, soprattutto quella unicista, che invece tende a curare la persona nella sua totalità, somministrando QUEL rimedio e solo quello, mirato, calibrato e individualizzato, per dirla in maniera più precisa “costituzionale”, che vada a curare l’energia vitale nel suo insieme e non solo il singolo sintomo?

La risposta non è sempre facile: una prima osservazione è che se il paziente ha già il “suo” rimedio costituzionale, cucito addosso a lui come un abito di sartoria, QUEL rimedio dovrebbe funzionare anche per le patologie acute. Non sempre però questo avviene, e le motivazioni possono essere diverse: prima di tutto la dose e la diluizione, che possono non essere sufficienti a stimolare la risposta dell’organismo in tempi brevi; poi il fatto che alcune patologie (traumatiche o virali, solo per citarne alcune) rispondono più rapidamente a rimedi particolari, più o meno “specifici” per quella fase acuta della patologia; altre volte ancora aiuta a noi Omeopati conoscere i rimedi “complementari”, ovvero più affini al rimedio costituzionale che abbiamo dato al nostro Paziente. E talora ci accorgiamo, magari proprio dalla mancata “rapida e dolce guarigione” del nostro Paziente, che forse il rimedio costituzionale che gli abbiamo dato non è proprio quello giusto, il che ci permette di “aggiustare” la nostra mira e correggere, migliorandola, la nostra prima prescrizione.

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È quindi ben comprensibile, per tutto quello che ho appena detto, come non esista “IL” rimedio per il mal di gola, bensì esistano “VARI” rimedi, come Apis Mellifica, Belladonna, Ignatia Amara, Mercurius Solubilis, Phytolacca, solo per citarne alcuni, che possono alla giusta diluzione e dosaggio stimolare il processo di guarigione in tempi rapidi e senza effetti collaterali.
Allo stesso modo, come si potrà scegliere tra Natrum Muriaticum, Rhus Tox, Nitricum Acidum o Cantharis per curare un brutto herpes labiale? Semplicemente chiedendo un consiglio al vostro Medico Omeopata, non a Wikipedia o ad un’altra figura non medica: l’Omeopata è prima di tutto un Medico Chirurgo, che ha frequentato e studiato alla facoltà di Medicina e Chirurgia per almeno sei anni, e magari ha preso un diploma in una disciplina specialistica dopo altri quattro o cinque, e sicuramente ha completato il percorso di studi in Omeopatia presso una Scuola qualificata per altri tre, cui si aggiunge il proprio bagaglio di esperienza a volte pluridecennale.

Nulla insomma che possa essere sostituito dal “Dottor Google”, che non abbiamo mai visto in vita nostra, e mai vedremo!

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Testo: dott. Alessandro Politi, Medico Omeopata, Medico di Medicina Generale

Si è già chiarito che, a seguito dell’adeguamento a una Direttiva europea, il medicinale omeopatico è legittimato in tutti gli Stati Membri. Ma non tutti i Paesi in cui si utilizza o si produce e commercializza l’Omeopatia posseggono una propria Farmacopea Omeopatica (mentre ne hanno tutti una Ufficiale per gli altri farmaci).

Le Farmacopee rappresentano un insieme di norme relative a qualità e tecniche delle preparazioni farmaceutiche, dei singoli costituenti e contenitori, a garanzia della loro sicurezza d’uso. Nel caso specifico, esse descrivono i metodi di realizzazione delle preparazioni omeopatiche.

In Europa, le Farmacopee omeopatiche più storiche e utilizzate, sono quelle:

  • Tedesca GHP (German Homoeopathic Pharmacopoeia; HAB in lingua tedesca Homöopathisches ArzneiBuch) – dal 1872 la 1a edizione
  • Francese PhOF (Pharmacopée Homeopathique Française) – dal 1898 la 1a edizione

La più recente Farmacopea Omeopatica Europea (European Pharmacopoeia), attinge norme dall’una e dall’altra delle suddette Farmacopee, a volte riportandone i Metodi di entrambe.

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Le preparazioni omeopatiche si ottengono attraverso un processo di deconcentrazione progressiva (diluizioni di solito 1:10, 1:100, o 1:50.000, a seconda delle “scale” che si vogliono ottenere) del materiale di partenza, e di dinamizzazione successiva ad ogni passaggio di diluizione. Il prodotto omeopatico così diluito e dinamizzato viene utilizzato per la realizzazione del medicinale nella forma farmaceutica desiderata (prodotto finito).

Le diluizioni sono prodotte secondo i seguenti metodi:

  • di Hahnemann, o dei flaconi separati, e secondo le due scale di rapporti alternative, decimale (DH, anche se non è stato Hahnemann a codificare le decimali, bensì C. Hering) e centesimale (CH)
  • di Korsakov detto anche del “flacone unico”, in scala centesimale e con simbolo K
  • cinquanta-millesimale (diluite di un fattore 1:50.000 e con 100 succussioni, secondo la procedura descritta da Hahnemann nel § 270 della 6^ edizione dell’ORGANON, e con simbolo LM o Q)

Tutti i metodi sopraelencati possono essere impiegati sia per le sostanze liquide (o solubilizzabili in miscele idroalcoliche) che per quelle solide (triturazioni).

Per chi volesse approfondire l’argomento tecnico, si veda la pagina del Dipartimento FIAMO di farmaceutica omeopatica.

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Bibliografia e letture utili:

  • F.S. Hahnemann – Organon dell’arte di guarire – Con integrazioni e commenti didattici utili per la comprensione e l’insegnamento della Medicina Omeopatica a cura del Dr. G. Fagone – Edizioni Salus Infirmorum (2010)

Testo: dott.ssa Renata Calieri, Farmacista Formatore, direttrice del Dipartimento Farmaceutica Omeopatica FIAMO

Omeopatia e veterinaria

lunedì, 28 maggio 2018 by

Nell’ambito della medicina veterinaria, si possono constatare i risultati che si ottengono applicando la medicina omeopatica in campo animale. Non sto parlando solo dei nostri cari amici a quattro zampe, che con la loro presenza ci allietano le giornate più cupe, nei confronti del quali qualcuno potrebbe pur dire che i risultati siano influenzati dal nostro processo di umanizzazione. Parlo degli animali da reddito, animali che in un allevamento sono numeri, apparentemente privi di identità, utilizzati solo per scopi alimentari, dove l’uomo è presente solo per quanto riguarda i loro bisogni primari e necessari per la produzione a cui sono dedicati.
Già il dr. Franco del Francia nato a Firenze nel 1928, medico veterinario, padre dell’Omeopatia in Italia e in Europa, aveva intrapreso il cammino di ricerca sull’utilizzo dell’omeopatia negli animali da reddito dagli anni ‘80, con risultati sorprendenti; collaborando con agenzie del settore agro-alimentare e con l’istituto zooprofilattico, aveva ottenuto risultati scientifici significativi che mantengono un valore senza tempo.

Con l’Omeopatia si possono a volte ottenere migliori risultati produttivi ed economici, complessivamente superiori di quelli ottenuti con la medicina classica e con costi nettamente inferiori nel bilancio dell’impresa zootecnica.
L’uomo inoltre non deve dimenticare il problema dei residui di farmaci nei prodotti di origine animale, prodotti che finiscono nelle tavole delle nostre famiglie; tutt’ora è vivo e sempre molto discusso il problema dell’antibiotico resistenza, in cui il nostro organismo assimila continuamente con l’alimentazione antibiotici che potrebbero rendere il nostro corpo così resistente in caso di malattia che le terapie attualmente conosciute nella medicina classica ufficiale potrebbero mostrare notevole difficoltà nell’esserci d’aiuto. Non per ultimo il problema delle deiezioni provenienti dagli allevamenti che finiscono nei campi, dove naturalmente si producono i cereali per uso animale e umano, che ricadono con i residui ancora una volta nella nostra tavola.

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Ecco che l’Omeopatia in campo veterinario ha veramente un grande valore: da una parte agisce in modo dolce e naturale nella cura delle malattie e nel controllo del dolore dei nostri animali domestici, i quali rispondono alle terapie con una ripresa della loro vita normale accanto a noi umani; dall’altro ha un valore primario indirettamente per il bene di tutti noi esseri umani nel ridurre dalla nostra alimentazione sostanza chimiche che, accumulandosi ripetutamente nel nostro organismo, potrebbero potenzialmente crearci malattie sempre più resistenti nel tempo.

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Testo: dott.ssa Nadia Damian, Medico Veterinario, studentessa di Omeopatia

Persino la pubblicità dei medicinali da banco ci dice che, se togli in fretta un sintomo, non ti perdi la lezione di tennis, la gita fuori porta, la serata con gli amici. Ma qualcuno si è mai chiesto se questo significhi “curare”, o addirittura “guarire”, una malattia, magari divenuta cronica? Se da vent’anni si soffre di cefalee o di emorroidi, è davvero prendendo un medicinale palliativo o sintomatico per tutta la vita che mi curo da questo male? Che cosa significa “guarire” e cosa “curare”?

Tanto per cominciare, nel § 148 del suo “Organondell’Arte di guarire”, Hahnemann distingue una malattia acuta (che “se insorta da poco, scompare, inosservata, non raramente in poche ore”) da una malattia cronica (che “impiega invece a scomparire maggior tempo e con segni di malessere”). Ma nel § 185, in riferimento proprio alle cosiddette malattie locali (quelle che si localizzano sulla pelle, sulle mucose, o anche in un punto preciso), egli dice: “Finora l’idea dominante nell’insegnamento era che solo queste parti erano colpite da malattia e che il resto del corpo non partecipasse della malattia, teoria dottrinaria assurda che ha portato al trattamento medico più dannoso”.

Poi al § 187 ci indica che esse hanno la loro origine in una sofferenza interna: “Considerarle solo come semplici malattie locali e allo stesso tempo trattarle solamente o quasi solamente in un qual certo modo chirurgico, con topici o altri rimedi simili, come ha fatto fin dalle epoche più remote la scuola antica, è tanto assurdo quanto sono perniciosi i suoi risultati.” Ma il passaggio più bello e illuminante è forse al § 189: “Non esiste un’eruzione alle labbra, non una suppurazione ungueale senza che, prima e in pari tempo, non vi sia una perturbazione interna dell’organismo”. Cosa che anche J.T. Kent sintetizza magnificamente nell’aforisma “Non sei malato perché hai un tumore, ma hai un tumore perché sei malato”: e non c’è male che colpisca una singola parte o cellula, senza che tutto il corpo lo sappia e corra ai ripari.

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Qual è dunque la possibile soluzione? È rivelata orbene al § 190: “Il trattamento veramente razionale di un male esterno, non dovuto a cause traumatiche, deve agire su tutto l’organismo, deve tendere alla guarigione con la distruzione del male generale, con rimedi interni. Soltanto tale cura sarà utile, sicura, giovevole e radicale”. E ancora: “Con questo [solo] medicamento, usato soltanto per uso interno (e già alla prima dose, se il male è insorto da poco) guarisce lo stato generale malato dell’organismo e anche il male locale, contemporaneamente” (§ 193); “Nelle malattie locali acute, insorgenti rapidamente, come pure in quelle instauratesi già da lungo tempo, non devesi applicare, sulla parte esterna malata, alcun medicamento, fosse anche quello salutare, omeopatico, usato per uso interno” (§194).

In questo tipo di interpretazione, i sintomi non sono la malattia, ma un segnale di disagio interno. Se con un medicinale locale e soppressivo andiamo a togliere quel semaforo allarmante, togliamo l’unico segnale che ci avverte del pericolo profondo: cerchiamo di non confondere il semaforo che ci avverte di un pericolo, col pericolo stesso.

 

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Bibliografia e letture utili:

  • F.S. Hahnemann – Organon dell’arte di guarire – Con integrazioni e commenti didattici utili per la comprensione e l’insegnamento della Medicina Omeopatica a cura del Dr. G. Fagone – Edizioni Salus Infirmorum (2010)

Testo: dott.ssa Renata Calieri, Farmacista Formatore, direttrice del Dipartimento Farmaceutica Omeopatica FIAMO

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